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1569–1625

Battista Guarini.

Giovambattista Marino

Udite, o Ninfe, udite con che nova armonia il gran Dio de' Pastori e de le selve, che pur dianzi solìa

con roze note spaventar le belve, or de' suoi dolci accenti sospende in aria innamorati i vènti. Ditemi, o Fauni, dite,

prende forse dolcezza, prende virtù da la già ninfa, or canna, la cui rara bellezza, transformata quantunque, ancor l'affanna?

e 'l suo selvaggio stile è per opra d'Amor fatto civile? No no (rispondon l'onde mormorando tra' fiori)

sol da MIRTILLO il dolce suono apprese. I calami sonori dapoi ch'a un lauro Titiro gli appese sdegnando i labri altrui

serbaro i pregi lor solo a costui. Sì sì (dicon le fronde tra' rami susurrando) Apollo istesso a lui la palma cede.

Anzi talvolta, quando dal Ciel, fatto Pastore, ai boschi riede, ne la dotta cicuta spira co' propri fiati anima arguta.

Oimè, piangete, o fonti, ché più tra voi non sona del buon Cantor la fistula famosa; ma da l'alto Helicona

scesa è laggiù dentro la selva ombrosa de' verdeggianti mirti a consolar gli sconsolati Spirti. Anzi gioite, o monti,

ché se non tempra e molce più le vostr'aure il Musico canoro, concento altro più dolce scioglie lassù nel più sublime Coro,

lieto accordando intanto de l'alte sfere a la Siringa il canto.

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