Udite, o Ninfe, udite
con che nova armonia
il gran Dio de' Pastori e de le selve,
che pur dianzi solìa
con roze note spaventar le belve,
or de' suoi dolci accenti
sospende in aria innamorati i vènti.
Ditemi, o Fauni, dite,
prende forse dolcezza,
prende virtù da la già ninfa, or canna,
la cui rara bellezza,
transformata quantunque, ancor l'affanna?
e 'l suo selvaggio stile
è per opra d'Amor fatto civile?
No no (rispondon l'onde
mormorando tra' fiori)
sol da MIRTILLO il dolce suono apprese.
I calami sonori
dapoi ch'a un lauro Titiro gli appese
sdegnando i labri altrui
serbaro i pregi lor solo a costui.
Sì sì (dicon le fronde
tra' rami susurrando)
Apollo istesso a lui la palma cede.
Anzi talvolta, quando
dal Ciel, fatto Pastore, ai boschi riede,
ne la dotta cicuta
spira co' propri fiati anima arguta.
Oimè, piangete, o fonti,
ché più tra voi non sona
del buon Cantor la fistula famosa;
ma da l'alto Helicona
scesa è laggiù dentro la selva ombrosa
de' verdeggianti mirti
a consolar gli sconsolati Spirti.
Anzi gioite, o monti,
ché se non tempra e molce
più le vostr'aure il Musico canoro,
concento altro più dolce
scioglie lassù nel più sublime Coro,
lieto accordando intanto
de l'alte sfere a la Siringa il canto.