Ascoltatemi, o selve, s'udir vi piace il lagrimabil caso d'Atteone infelice. Era Atteone d'Autonoe e d'Aristeo
unica prole, unica speme, e cara. Giovinetto cortese, e de' parenti e dela patria tutta dolce delizia e cura.
Altri giamai de' boschi e dela caccia più studioso o vago di lui non ebbe in tempo alcun l'ingegno. O se dardo pungente
scoccando di lontan, veloce arresta fuggitiva cervetta; o se spiedo lucente impugnando dapresso, ardito affronta
furioso cinghiale, non ha di lui chi più leggiero, o forte la destra mova, o la persona adatti. Mai branca aspra e crudel d'orsa montana
non gli fe' per timor volger le terga, né mai lo spaventò di leonessa infantata di fresco, occhio tremendo. Spesso da qualche balza
benché ratto volante, precipitò la rapida pantera, e cento volte e cento il gran Dio de' pastor stupido il vide
dela damma e del daino la fuga trapassar, quasi baleno. Veste di bel cerviero, ucciso di sua man, macchiato spoglio.
Porta d'osso indiano d'auree fila vergato lungo corno e ritorto, al collo appeso; e lo scaggiale, a cui legato attiensi
il sonoro stromento, fornito è tutto di dorate fibbie. Per gli omeri a traverso gli serpe un arco, che d'avorio e d'oro
tutto è commesso, e nel sinistro fianco da cintura barbarica gli pende distinto al'arabesca d'argento fin, di fino smalto, e pregno
di partiche quadrella, aureo carcasso. Cacciatore infelice, oh quanto meglio ad altre cure, in altri studi avresti rivolto il core, essercitato il piede!
Nulla, nulla giovotti la prestezza del corso; nulla del braccio e dela man feroce la destrezza e la lena.
Non del drizzar con infallibil colpo le pennute saette a certo segno, l'esperienza e l'arte. Non del'investigar con traccia accorta
dele fere i covili l'alta sagacità punto ti valse, sìche in cervo mutato non fossi alfin da' tuoi voraci cani
fieramente smembrato. Già sì strano accidente avea la Fama, e del bene e del mal publicatrice, divulgato volando;
e con l'annunzio infausto ad Autonoe meschina, messaggiera dolente, alfin ne venne. Non raccontò, che 'l figlio
vestita avesse già la spoglia estrana, ma sol che i cani ingordi lacerato l'aveano a nervo a nervo. Tosto sonar s'udìo la casa tutta
d'ululati, e di pianti. Il vecchio Cadmo, avolo del garzon, le man si mise ne le chiome senili e stracciolle rigando
di caldi fiumi le rugose gote. Ma dela madre afflitta chi può narrar l'affanno? Graffiossi il viso e flagellossi il seno,
si svelse il crine e si squarciò la gonna. E più quand'ella vide i mesti cani giù dal monte correnti quasi pur compiangendo
del'ucciso Signore con taciturne lagrime la morte, dela trista novella confermarle l'aviso.
Iva l'addolorata col marito Aristeo di balza in balza le reliquie disperse del perduto figliuol cercando intorno.
Videle sì, ma le cangiate forme raffigurar non seppe. Trovolle sì, ma in esse non trovò del suo ben la bella imago.
Più d'una volta il doloroso loco passò senza pensarvi. Più d'una volta ebbe a tornarvi, e spesso l'ossa bramate e cerche
col piè materno ricalcò passando. Degna certo di scusa fu la madre infelice. Vide del cervo le ramose corna,
non vide già del figlio il biondo crine. Toccò l'ispide sete dela faccia cervina, non toccò già del dilicato mento
la lanugine molle. Pensò di ritrovarlo qual l'avea partorito, ma non vi riconobbe
vestigio pur di simulacro umano. Degna certo di scusa fu la madre infelice. Quindi scalza e discinta
varcò del'aspro monte il duro dorso, e poi che spiò tutti gli aditi inosservabili del bosco, tornò stanca al'albergo,
dove sollecitata dale cure pungenti, apena chiuse su la punta del'alba le palpebre al riposo, e furo i sogni,
tra cui versò la mente, torbidi, orrendi, imaginosi e tristi. Innanzi le si offerse, qual proprio e quanto fu, l'estinto figlio,
anima sconsolata, ombra vagante, tutto lacero il corpo di profonde ferite, e d'atro sangue tutto tutto macchiato.
In tal sembianza squallido e dolente così languidamente lagrimando le disse: – Madre, madre, tu dormi,
e 'l mio fato crudele ancor non sai? Svegliati, sveglia omai. Va, riconosci la mia mal nota e peregrina forma, riconosci, et abbraccia
del caro cervo tuo le corna, e bacia quella discreta e ragionevol fera, e quelle sparse viscere, che furo dele viscere tue concetto e parto.
Quel me, quel me tu vedi, o cara genitrice, che già con tanto duol, con tanta cura, generasti e nutristi.
Piagni il tuo dolce figlio fatto d'altra natura. Piagni del caro pegno la cangiata figura.
Felice me, s'al'infelice caccia involato mi fossi! Felice me, se dela dea di Cinto il bel corpo celeste
non mai veduto, o desiato avessi! M'avesse, per mio meglio, di terrena bellezza acceso Amore! Ma io troppo superbo e troppo ardito
ebbi, prendendo a vil nozze mortali, d'immortali imenei vaga la mente. Vana speme allettommi e vano grido, udito già che Febo (ed è pur Febo
di Diana fratello) con Cirene si giacque, che del mio genitor fu genitrice; udito ancor che dela bianca Luna,
fu sposo Endimione, e che nel ciel pur dala bionda Aurora fu rapito Orione, di farmi (ahi pensier folle)
genero di Latona anch'io pensai. Quindi la Dea crucciosa mi fe' de' propri cani e preda, e pasto. Fede (oh madre) ne fan le selve e i campi,
testimoni ne son le piagge e i colli. Sannol ninfe e pastori, che ne l'essizio estremo chiamar m'udiro aita.
Chiedilo ai sassi, ai tronchi, chiedilo al'aure, al'onde. Tel diran (se nol credi) le mie compagne fere.
I cani, i cani istessi tel direbbono anch'essi se quell'avide bocche, che mangiaro il mio corpo, e quelle lingue,
che leccaro il mio sangue, come pronte già furo a divorare, fusser atte a parlare. Ma concedimi, o madre,
(per pietà tel chegg'io) l'ultimo dono. Non uccider (ti prego) i miei cari uccisori. Perdona ai fidi cani,
che fur dela mia morte senza lor colpa rei. Né meraviglia s'al lor re sconosciuto si mostrar sconoscenti.
Dala mutata pelle errarono delusi. Scusa de' semplicetti l'involontario fallo. E qual giamai
fu cane a cervo amico? O chi s'adira con can che cervo uccida? Del mio fedel Tigrino sovr'ogni altro ti caglia. Ahi quanto afflitto,
del'amato maestro micidiale innocente, or quinci or quindi circondando i poggi, simile ad uom piangente,
di pietosi latrati empie la selva, e ricerca anelante con curiose nari del caro morto suo l'orme sanguigne.
Giunto pur dianzi ala funesta valle, che del tragico mio fiero successo fu spettatrice e scena, abbaiando ala rupe
in tal guisa di me chiese novelle: "Dite, ditemi, o pietre, chi oggi n'ha rapito il leggiadro Atteone?
In qual parte, in qual riva essercita le fere il nobil cacciatore? Dite, ditelo, o ninfe".
Così disse Tigrino, a cui la rupe con tacito parlar così rispose: "E chi vide di fera, fera mai cacciatrice?
O qual mai cervo udissi d'altro cervo seguace? Atteon, ricoverto d'adulterino manto,
giace a terra svenato. Questo medesmo prato, ch'un tempo esser solea campo dele sue cacce,
oggi, pur oggi è stato con strazio inusitato mensa dele sue carni". Qui si tacque la rupe, e non pertanto
sue fatiche cessava il mio Tigrino, quando per onta e scherno gli disse alfin l'ingiuriata Dea: "Che val cane omicida
cercar con tanto studio e tanti errori quel che cibo facesti dele bramose canne? Cerca, cerca Atteone
tu, ch'uccisor ne fosti. Cerca, cerca il tuo duce tu, che nel ventre il porti. Eccoti là nel suolo
(se vedergli ti cale) del'esca tua gli avanzi, teschio scarno e spolpato, et ossa ignude". Ma se l'aspra cagion di strage tanta
ti giova, o madre, udir, nulla t'ascondo. Tra le verdi, frondose, antiche piante d'un, non so se dir deggia boschetto o paradiso,
mi scorse empia ventura. Paradiso, s'io miro al ben, che vi trovai. Inferno, s'io mi giro
al mal, che ne portai. Sai che l'anno è su 'l mezo dela stagion più calda. Era nel centro dela sua rota il giorno,
e le colline e i campi rapido in ciel poggiando fendea, feria con tanta forza il sole, che novello Fetonte
rotar quasi parea molto vicino a terra il carro d'oro. Sotto il celeste cane languiano erbette e fiori;
ne le più cupe tane ricovravan le belve; le più riposte selve cercavano gli armenti;
e 'ncontro ai raggi ardenti facean schermo i pastori onde fresche, ombre fosche, antri et orrori; quando la casta e cacciatrice Dea
in compagnia dele più care sue faretrate donzelle, stanca di seguir l'orme dele fere fugaci, alfin fermossi.
Ne la valle Gargafia, ale radici d'un solitario monte, spaziosa spelonca apre le fauci. Appio fiorito e verdeggiante musco
con vari altri arboscelli sovra, dentro, e dintorno fan dela bocca sua negra l'entrata. È dubbio se la rupe
dal continuo picchiar del'onda viva, che vi sorge e zampilla, tormentata e percossa, l'aperse, o rosa e rotta
dal dente voracissimo del Tempo l'incavò per sestessa. Ben par ch'ivi Natura, de' cittadini intagli
imitando i lavori, abbia voluto discepola del'arte altrui mostrarsi, però che 'n que' salvatici ornamenti sembra artificio il caso,
e par l'architettura inculta e roza ingegnoso modello di maestro scarpello. Di pomice scabrosa un arco opaco
e di ruvido tofo ala caverna fa testugine e volta, che di spugne e di nicchi e di rustiche chiocciole e cocchiglie
(quasi natie grottesche) tutta è fregiata; e quindi i verdi crini dela madre d'Amor recisi e sparsi pendere a ciocca a ciocca, e quinci vedi
grondare in varie forme parte liquide, e parte gelate, e parte intere, e parte tronche di rappreso cristallo
gocciole rugiadose, e di filato argento lagrimette stillanti. Quasi concava conca,
il vaso dela fonte egualmente si spande. Intorno e sotto ha di molle smeraldo umidi i seggi, di lubrico corallo algente il fondo;
e dal ciel dela grotta in sen riceve pioggia di vive perle, ond'egli cresce, e 'n bel ruscello accolte l'accumulate stille,
forma di sé con labirinti ondosi mille vaghi meandri e, mormorando tra' bei margini suoi, di pietra in pietra si torce e rompe e fuor del'antro scorre.
Quivi la Dea lentando l'arco d'argento, e disarmando il fianco del'aurata faretra, ad un elce l'appese;
indi il volto di foco e 'l crin fumante tre volte e tre ne le fredd'acque immerse. Slacciarsi fe' dale fidate ancelle l'un e l'altro coturno e, scinta e sciolta
la leggiadretta vesta, i bei membri spoglionne, e dele spoglie sovra un letto di fior deposto il fascio, ne' cristallini umori
tuffossi, e volse che 'l medesmo essempio ciascuna parimente dele compagne vergini seguisse. Or là dove la bella
sagittaria celeste con le vaghe seguaci era a lavarsi, per gran sorte giuns'io, che poco dianzi dale reti partito e dale lasse
lasciati avea nel bosco i cani a riposar. Riposo ahi troppo per me duro e crudele, perché potesser poi con maggior lena
seguitarmi, e sbranarmi. Era tra' verdi rami, in guisa pur di padiglione o tenda, spiegata intorno e tesa
di sciamito vermiglio ampia cortina, talch'a spiar per entro apena aver potea passaggio l'aura. Avean le Ninfe sovra l'orlo erboso
del chiaro fonte acconcia di rose e d'altri fior purpurea cuccia, e 'n disparte apprestati, per rasciugarsi poi,
di zendado e di bisso sottilissimi veli. Mentre in loco sì chiuso e sì remoto le belle natatrici
senza sospetto alcun stanno a diletto, misero quanto incauto quivi a caso m'abbatto e quivi arresto le faticose piante;
né più curai di seguitar la caccia, perché non mi parea con l'arco in mano peter mai far di quella, che con gli occhi facea, preda più bella.
Anzi per pascer meglio, vagheggiatore ingordo, del'occhio insaziabile la fame, infra le fronde e 'l drappo
fattomi più dapresso, innebriato e tratto dal piacer giovenile e dala vista del'offerte bellezze, oltre mi misi,
e dela pura immacolata Dea il sacro corpo tutto di parte in parte a misurar mi diedi. Adombrava il bel loco
fra l'altre arbori eccelse annoso olivo, tra' cui sacrati rami baldanzoso et audace furtivamente a contemplarla ascesi,
là dove tutto intento al'oggetto amoroso, non sapea da sì dolce spettacolo levarmi. Così con doppio fallo il fallo accrebbi,
peròche per veder ciò che non lice d'una vergine dea, d'altra vergine dea gravai la pianta. Ma giuro, e giuro il vero
(sasselo, o madre, il Cielo) ch'io non pensai, né volli al'altrui castitate far con lo sguardo ingiurioso offesa.
Al'alte meraviglie dela nova beltate vaghezza simplicissima mi trasse. Se colpa è risguardar le cose belle,
colpevole mi chiamo. Eran dala chiarezza del'onde trasparenti innargentate l'ombre, e dala luce
dele candide membra imbiancati gli orrori; onde parea spuntar ne l'antro oscuro a meza notte l'alba e, lampeggiando
con sferze oblique e tremuli reflessi per lungo tratto il vago lume intorno, qual suol quando la luna lo suo splendor sereno
vibra nel mar tranquillo, o quando il sol saetta con lucido baleno specchio di bel diamante,
portava agli occhi miei raggi di neve, ch'abbarbagliando di lontan la vista mi ferivano il core. Né con tanto piacer, né così belle
nel tribunal selvaggio colà del foro d'Ida il Pastor frigio mirò del ciel le litiganti ignude, come attonito e lieto
del boschereccio nume l'immacolate parti a specolar svelatamente er'io. I tronchi istessi, i tronchi
rapiti a vagheggiarla ebber (cred'io) senso di meraviglia, e di diletto. Che s'orecchie ebber già platani, e faggi per ascoltar d'Orfeo la dolce voce,
chi potrà dir che non avesser occhi per mirar di Diana i membri ignudi? Questi del bosco innamorati figli, fatti gelosi aprova,
con le braccia frondose escludendo dal'antro il chiaro lume dela lampa diurna, la vista a me concessa
proibivano al sol, che pur volea con curioso raggio di cotanta bellezza spiar furtivo gli ultimi recessi.
Tacea la selva intenta al celeste miracolo amoroso. Su l'ali assisi i venti tenean sospeso il respirar del fiato.
L'aurette vaneggianti, stupide spettatrici, aveano imposto alto silenzio ale sonore fronde. L'acque mute (non altro)
in suo rauco idioma con lingua di cristallo mormoravano solo che la Dea più pudica
confessando ala selva i suoi secreti, di sestessa facea mostra lasciva. Girò l'occhio fatale, e 'l guardo obliquo una Naiade in questo al'arrogante
troppo cupido amante, e sì s'accorse del'insidia e del tratto; onde gridando ala casta reina accusò con la voce,
additò con la mano del forsennato errante l'immodestia e l'insania. Et ecco tutto di man battute e di percossi petti
fan le Ninfe sonar l'ombroso speco. Qual, per celar sestessa e di natura i secreti tesori, dentro il fonte s'immerge, e fa del'acque,
poco fide custodi, un traslucido velo al seno ignudo; qual dela Dea pudica corre ala guardia, indi le tesse intorno
con le braccia intrecciate alcun riparo. Ella, come s'inostra adusto nuvoletto a sole estivo, o qual a noi si mostra
in oriente la vermiglia Aurora, o come si colora lassù nel primo ciel di foco e sangue dela diva medesma il freddo argento
ale magiche note di Tessaglia o di Ponto, così tinge il bel volto di porpora rosata e tale accende
di rubiconda fiamma la guancia semplicetta. Frettolosa e confusa allor come può meglio
il cinto virginal s'annoda al seno; e parte ricoverta dal biondo crin disciolto, e parte chiusa nel bianco lin raccolto,
le vergognose mamme si nasconde. In me malsaggio e stolto umidi poi di sdegno i rai contorce, e di non seco aver l'arco e gli strali
per vendicar l'oltraggio par che forte le 'ncresca. Ma non mancaro al suo divino ingegno armi vendicatrici. Il fonte istesso
ne fu ministro, e furo arco eburneo la mano e l'onda tersa argentata saetta, et ella arciera, ch'al mio viso aventolla,
dicendo, "Io vo' che sia egual la pena agli ardimenti tuoi; or va, dillo, se puoi". Ahi chi credea che 'n animo celeste
albergasse tant'ira? Ecco in un punto, sorgere in aria e circondarmi un turbo, ond'io (come non so) ratto trabocco dal tronco in giù precipitoso al piano.
E quivi alfin m'aveggio dela trasfigurata mia persona. Sventurato, ch'apena di quel fatal umor spruzzato e molle,
tosto m'abbandonò l'umana forma. Stendesi il collo e dele guance il tratto in mascelle s'allunga; il naso e 'l mento si nasconde e si spiana
e la bocca viril s'aguzza in muso. Dele gambe robuste s'assottiglian le polpe; i duo sostegni del corpo si fan quattro,
et ha ciascun di lor l'unghia divisa. Cresce su per le membra già candide, or di nero pomellate, e di punti
variate e distinte, irsuto pelo. Veggiomi pullulando spuntar su la cervice i germogli del'ossa, indi repente
arboreggiando al ciel selva di corna farmi con cento rami ombra ala fronte. Insolita paura entrar mi sento ad abitar nel petto.
Già sgridato e cacciato dale sdegnose ninfe timido fuggo, e 'n ciascun passo adombro; e pur fuggendo, meco
di me mi meraviglio, e di mia leggerezza, e tanto solo di me stesso mi resta che col primiero aspetto
non ho punto perduto del'antico intelletto. Viè più ratto e veloce che turbine o procella,
la foresta trascorro, e fuggitivo i cacciatori il cacciator paventa. Deh quante volte e quante ne' limpidi ruscelli,
ch'attraversando gìan l'erma campagna, venni a specchiarmi, e fatto altro da quel ch'io m'era, stupii quivi mirando
del'imagine mia cornuta, l'ombra. Quante volte del ciel volsi dolermi e l'aspre mie venture disacerbar co' gridi,
ma, movendo la lingua, il mio concetto vestir d'umani accenti unqua non seppi e formai flebilmente urli confusi e gemiti indistinti.
Intanto dela turba de' sergenti e de' cani, che riposano al rezo, io son sentito, i quai l'antico loro
trasformato signor non ravisando, gli van dietro latrando. Che farò sfortunato? Con quell'ingegno alfin, che del'umano,
per miseria maggior, solo m'avanza, prendo meco partito d'uscir del chiuso e d'occupar l'aperto. Così lascio la selva e volgo il corso
su per l'erboso e spazioso piano. Dando allor fiato e voce ai sonori elefanti i servi accorti, dietro ala fuga mia lassan le lasse.
Van con le teste chine i segusi brittanni insieme, e gli umbri la mia traccia spiando. D'Etolia i can loquaci
mi sgridano da lunge. I veltri iberi e i franchi sono i primi ala pesta. Più lontani, e più lenti
vengon gli alani e i corsi. Seguono i medi, e i persi temerari et ardenti. Havvi i seri orgogliosi,
gli spartani animosi. Havvi i molossi fieri arrischiati e correnti. Quei di Caria e di Creta,
e quei d'Epiro e d'Argo. Con gli arcadi veloci van gl'ircani feroci, con gl'indomiti traci
i sarmati mordaci. Vengonvi i caspi, e gl'indi bellicosi e possenti, di guerreggiar esperti
con gli elefanti e i tigri, ad affrontar avvezzi non che i tauri e i cinghiali, i lupi e gli orsi e i pardi,
che del leone istesso, principe dele fere, la real maestà temer non sanno. Per tutto ciò dela salute ancora
non disperava, e non lentava il corso, anzi quasi sparito dala vista de' cani e dele genti, già campato avea 'l rischio, e giunto presso
una densa boscaglia, ivi volea di tante furie in mio sol danno unite declinar l'ira ed appiattarmi in salvo; quand'ecco di traverso
Cloro il mio famigliar, che 'nfino allora per fuggire il calor del mezogiorno solo rimaso al'ombra era a posarsi, al rimbombo de' corni,
de' cacciator, de' cani e de' destrieri, che tutta risentir facean la selva, m'uscì sovra repente, et avea seco Tigrino il mio levriero
più favorito e caro, figlio di cagna ircana e d'adultero tigre, onde commisto di due varie nature e di due semi
nacque parto bastardo, generoso, spedito, audace, e forte. Ala preda vicina il veltro coraggioso
tende l'orecchie e 'l freno, che 'l morso gli ritien, scotendo, chiede al suo rettor la libertà del collo. Et io di sudor molle, e tutto stanco
da così lunga fuga, anelando et ansando, senza saver, che dove al'alta mia tempesta
ritrovar spero il porto, il naufragio m'attende, alfin colà trepidamente arrivo; e conosciuto il cortigian mio fido,
fermo immobile in lui lo sguardo e 'l piede. D'articolar le voci ben allor io mi sforzo, e di dirgli: "Deh porgi
al tuo Signor soccorso". Ma, lasso, ale preghiere mancano le parole, e la lingua impedita
non sa chiedere aita. Pur con gli atti ragiono, e pur gemendo pietosamente il mio bisogno esprimo. Non discorre tant'oltre, e non intende
quelle mutole note il servo incauto, ma vedutomi fermo, scioglie al'avido can ratto il collare, prezioso monil, già di tua mano
(se ti soviene, o madre,) testo d'oro e d'argento, e riccamato di rubini e perle. Innanzi al fresco e libero seguace,
a rifuggir m'affretto. Misero, ma che prò? Troppo ho vicini i famelici cani, i quai scherniti dala spoglia fallace et irritati
dala sdegnosa Dea, con rabbia insana arrotan contro me de' morsi ingordi l'armi aguzze e pungenti. Fu Tigrino il primiero,
che nel fianco sinistro il dente infisse. Orecchione il secondo m'azzannò ne l'orecchio. Sotto la strozza m'afferrò Lionzo,
e Saetta e Maldente mi ferir l'altr'orecchio e l'altro fianco. Giunser Ciaffo, Tizzon, Lampo e Licisca, poi Tanaglia, Moschin, Vespa, e Volante
con altri cento e cento, ond'a tanto furor convien ch'io ceda, e caggio al suol su le ginocchia, e tutto quinci e quindi stracciato a brano a brano
sotto il rabbioso assalto alfin mi stendo. Ecco intanto il drappello de' Cavalier ministri, che, perché sia del gioco e del trastullo
il lor principe a parte, tengon l'impeto a bada del popolo latrante, et empiendo di spirto i rauchi avori
gridan per tutto il bosco, "Atteone, Atteone". Al mio nome io sollevo la sanguinosa testa,
pur come lor dir voglia: "Son io, chi mi difende? eccomi, amici". Ma essi, in cui smarrita ha la notizia antica,
la novella sembianza, non cessan di chiamarmi. Ciascun di lor si dole ch'io sia quindi lontano,
misero, et io mi lagno che son troppo presente. Aspettano ch'io giunga, perch'io sia l'uccisore,
forsennati, e non sanno ch'io son quivi l'ucciso. Infuriò dele canine brame l'ingordigia natia l'offesa Dea,
e per doppio flagel volse che fusse con tarde e lente piaghe il trasformato corpo squarciato a poco a poco.
Mentr'era il crudo stuolo a strangolarmi et a spolparmi inteso, meschinel, che potea se non per entro la scannata gola
gorgogliar fievolmente querula voce, e senza senso un suono? Così dagli occhi languidi stillando per lo volto ferin lagrime umane,
piangea l'ultimo fato, e tra me scilinguando sommormorava flebili e dolenti con angoscia mortal questi lamenti:
"O Tiresia felice, tu pur Minerva ignuda a rimirar avesti. Ella però non volse
con teco incrudelire. La forma non ti tolse, la morte non ti diede. Perdesti i lumi, è vero,
ma 'l lume dela vista perduto ne la fronte, ti fu poi doppiamente traslato ne la mente.
Meco assai più crudele Diana (oimè) s'adira. Avess'io pur la luce perduta di quest'occhi;
e perduta l'avessi pria che fatti dal Cielo fussero spettatori di sì crudel bellezza;
o chi mi tolse il volto con l'umana apparenza, m'avesse ancora tolto l'umana intelligenza.
Io solo, io son quell'io, che sol misero ottegno fra tutte l'altre fere con mostruose membra
consigliato discorso, sol perché sia 'l mio male quanto più conosciuto, tanto viè più sentito.
Deh, s'a me non è tolto il discorso e 'l consiglio, fusse a voi dato ancora, crudelissimi cani.
Fero, fero destino a me concede, a voi nega la mente e 'l senno. Per far viè più crudeli
voi ne la crudeltate, e me viè più infelice ne l'infelicitate. Cani miei, già sì fidi,
or ingrati e rubelli, ohimè, voi d'ora in ora tornate in me più fieri. Mai con sì fatta rabbia
gli orsi e i leoni alpestri assalir non vi vidi. E tu, caro Tigrino, pupilla del mio core,
e tu pur contumace al mio morir congiuri? Ahi quella bocca, in cui spesso dopo la preda
baci soavi affissi, or non aborre o schiva di suggere il mio sangue? La gola, a cui solea
io di mia propria mano ministrar l'esca e l'onda, or non ricusa o sdegna di pascer le mie polpe?
O di signor pietoso carnefici spietati, chi creduto l'avrebbe? Io stesso m'ho nutriti
i miei propri uccisori. Perché mi perdonaro, ne' monti e per le selve le più malvage fere,
s'esser alfin devea da' miei cari custodi oltraggiato e tradito? Ingolato m'avesse
con le fauci sanguigne la famelica tigre! Dissipato m'avesse con l'unghie dispietate
l'orsa arrabbiata e cruda, misero, pria ch'io fossi sotto il perfido dente de' domestici cani
condannato a morire! O colli amici, o colli dolci, mentr'al Ciel piacque, ecco io vi lascio e lascio
con voi la debil vita. Tu Citerone ombroso narra ale Driadi amiche ciò che di me vedesti.
E se i miei genitori qua volgeranno i passi, distillando da' sassi dele tue ciglia alpine
lagrimose pruine, conta deh conta loro com'io mi moro". Palpitante, malvivo e semimorto
queste cose io muggiva gittando i vani e non intesi preghi, ai cani inessorabili e feroci. Ma come a parte a parte alfin da' miei
divoratori immansueti e crudi trangugiato io mi fossi, taccio l'istoria amara, per non rinovellar dela mia morte,
madre, in me la memoria, in te la doglia. Ciò sol ti reco a mente, non lasciar insepolto al vento, al gelo il tuo diletto e sviscerato cervo.
Va, raccogli, e componi le mie sparse minugia. Non soffrir che sien fatte d'altri cani che miei, pastura e gioco.
Né dal'opra pietosa ti distorni il falso pelo o la mentita faccia. Sovente oggi di là dove per l'erba giaccion del corpo mio l'ossa divise,
senza riguardo alcun passasti a caso. Ma io del loco, ove la forma, e donde non molto lunge poi lasciai la vita, darotti un certo, et infallibil segno.
Tu troverai presso l'infausta pianta con la faretra e le saette al suolo l'autor d'ogni mio danno, arco mal teso, se però l'arco e le saette ancora
trasformati non ha la Dea selvaggia in frondosi arboscelli et arricchiti di novella verdura i verdi boschi. Quelle spoglie e quell'ossa insieme aduna,
chiudile in bianco marmo e in nere note fa ch'un tal carme su scritto si legga: "Qui sepolta si serba d'Atteone una parte. Il più di lui
nel ventre de' suoi cani ebbe sepolcro, quel dì che morto giacque ala fontana, martire di Diana" –. Ciò detto la dolente e pallid'ombra
con la notturna vision disparve. Destossi allor la sbigottita, e quanto la fuggitiva imagine l'impose velocemente ad esseguir s'accinse.
Cookies on Poetry Cove