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1569–1625

Atlante Nano.

Giovambattista Marino

Io non so se vedreste il mio ritratto se non dicessi ch'io son qui da presso. Tra l'esser poco e 'l non esser affatto chi cerca un mezo sappia ch'io son desso.

Se ben son per qualcosa stato fatto, per esser nulla mi manca un sommesso: ma ben che nulla io sia, non mi confondo, ché pur di nulla fu creato il mondo.

Epicuro, ch'avesti opinione che d'atomi composto il mondo sia, poi che voler cercare in conclusione più picciolo corpuscolo è pazzia,

vieni un poco a veder questo melone, vieni a veder la personcina mia. Giureresti per Dio, se mi vedessi, che da me tratti fur gli atomi istessi.

Natura fece come fa il Notaio che le cetere accorcia per la fretta, o come fa talor qualche Libraio quando in sedici lega un'operetta.

Perch'io mi sono a punto, come paio, una cifra in compendio ben ristretta, e posso dirmi, di sua man formato, un epilogo d'uomo abbreviato.

Spesso quando si sforza la persona per far gran cose, dà in coglioneria: ella mi fece una certa testona che calzerebbe bene ad un Golia.

Cominciò bene (è vero) la minchiona, ma finì nel malan ch'Iddio le dia. I monti partorìr con gran pericolo, e 'n fin ne nacque un animal ridicolo.

Pur non si vuol riprendere il Fattore per avermi abbozzato sì stravolto: il balsamo finissimo licore spesso in più rozo vaso sta raccolto.

Oh quanti son, che mostrano di fore grazia negli atti, e leggiadria nel volto, che dentro non han dramma di cervello! Per queste stravaganze il mondo è bello.

Suol di sua mano un Scrittore eccellente con artificio raro ed ingegnoso dentro un guscio di noce sottilmente rinchiudere il Petrarca, o il Furioso.

Miniatore industre e diligente col pennel dilicato e studioso, più che 'n una Balena, s'affatica in formar una mosca, una formica.

Hercol già sì terribil fantaccino da' pari miei fu maltrattato in guerra, ed un animaletto piccolino il Crocodilo smisurato atterra.

Il buono è sempre poco per destino, sempre nel poco gran valor si serra. E qual in sé maggior virtù concepe: un stronzo di Somaro, o un gran di pepe?

Scende la razza mia da quel Monicchio che de le risa fe' scoppiar Margutto; se ben, secondo alcuni, Farfanicchio mi generò mandando fuora un rutto.

E second' altri, io sbucai fuor d'un nicchio, e per diritta linea fui produtto da quel tremendo e fiero animalone che morsicò Morgante nel tallone.

Chi dice ch'io son nato d'un battaglio, chi d'un carcioffo, e chi d'un salsicciotto. Altri vuol che mio padre sia un sonaglio, altri un cotogno, ed altri un cedrolotto.

Chi m'ha per fongo, e chi per spicchio d'aglio, chi per lumaca, e chi per Scimiotto. Affermàr molti che dentro una buca fui vomitato da una Tartaruca.

Mi fan figliuol di Fisignatto topo, che fu contro le Rane generale, dicon che fui pisciato da un Ciclopo, e che scappando ruppi l'orinale.

Altri mi fa de la genìa d'Esopo, con dir che mi cacò dentro un stivale. Sospir di Rodomonte altri mi dice, che m'essalò chiamando Doralice.

Il Sì e 'l No son miei fratei germani, e Lectio Sabatina è mia sorella. Per far un palmo giusto con le mani, non han misura i Sarti la più bella.

Han da me copiato i Ceretani il Mastro Muzio, ch'è una bagatella. Io scopersi ai Grammatici il secreto che s'aggregasse l'I ne l'alfabeto.

Non è Granchio nel mar tanto minuto ch'al busto mio paragonar si deggia. Il Ravanel, ch'è sì poco membruto, quand'è vicino a me, torrioneggia.

Se veder si potesse lo starnuto, over (con riverenza) la correggia, sarei come un Pigmeo presso un Gigante, o una pulce a lato a un Elefante.

Lo Scarafaggio mi par tanto grosso, ch'io l'ho per contrafatta creatura. Ogni pestello mi sembra colosso, ogni fiasco m'avanza di statura.

E s'una Zucca mi cascasse a dosso, mi darìa il mal de la mala ventura. Quante volte pensai veder di bronzo un Pilastro, un'Aguglia: ed era un stronzo.

Fuor di casa non vo molto a diporto, perché la Gru non m'abbia a dosso l'occhio; e rade volte ancora esco ne l'orto, che la biscia non m'abbia per ranocchio.

Un giorno fui per rimanervi morto, ch'urtai del capo a un gambo di finocchio. Un'altra volta ancor per la campagna restai quasi impiccato a un fil d'aragna.

Posso servire al petto per gioiello, o per branchiglio, tanto son piccino. Se vo' da terra levare un granello, io ho sempre bisogno de l'uncino.

Se fossi verbigratia petrosello, non empirei di salsa un scodellino. Chi pigliasse a trinciarmi per capriccio non ne potrebbe far mezo pasticcio.

De la fodera vecchia d'un brachetto mi fo calze, mantel, saio, e zimarra, e me n'avanza ancor per un farsetto e per una montiera a la bizarra.

Adopero un dital per corsaletto, ma che direte de la scimitarra? Mi servo spesso d'un ago spuntato: ma perché pesa, non la porto a lato.

Donne, vedeste mai, che vi rimembri, una figura meglio organizata? Non vi burlate punto de' miei membri, c'ho ben qualch'altra parte avantaggiata!

Ben che scarso di peso io vi rassembri, l'aggionta è vie maggior che la derrata. Del resto è meglio ch'io sia così fatto, ché 'n ogni buco sùbito m'appiatto.

Accarezzate dunque il vostro Nano, né vi sdegnate di tenerlo avante: né d'esser pensi alcun vostro galano donzel meglio disposto, o più bel fante.

E chi dirà che d'ogni altro Cristiano io non sia più leggiadro, e più galante, se diventa in me grazia anche il difetto, e l'imperfezzion mi fa perfetto?

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