Un vago vezzo di vermiglie rose
che ne' prati del ciel colse l'Aurora
e 'n caderle di sen raccolse Flora,
poi Tirsi in treccia di sua man compose:
perché da l'altro sol, che sì noiose
fiamme saetta in questa fervid'ora,
difendiate il mio sol, che i boschi onora,
vi dono Aure soavi, Aure amorose.
Clori sì belle entro i begli orti suoi
forse non l'ha: né tinte a le sue piaghe
Venere in Cipro sì leggiadre e liete.
Ma voi sotto il bel piè più vive e vaghe
vedrete aprirne: e del bel volto poi
più ridenti e più fresche ogn'or n'avrete.