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1835–1907

XXXVII

Giosue Carducci

Or che soave è il cielo e i dì son belli E gemon l'aure e cantano gli augelli Tu chini l'amorosa Fronte, o vergine rosa.

Per te non fa che il prato ove nascesti Tiranno solitario avvampi il sole, Quando su' campi da la falce mesti La polverosa estate a lui si duole,

E nel meriggio le campagne sole Assorda la cicala, E impreca al giorno, che affannoso cala, Dal risécco pantan la rana ascosa.

Sùbito allor su' non più verdi colli Sorge il turbine, e gran strepito mena, Spazza gli ultimi fiori ed i rampolli. E allaga i campi d'infelice arena;

E più cresce l'arsura, e de l'amena Ombra il conforto manca. Tu fuggi a quella stanca Ora, o vergine rosa.

Per te non fa ne' giorni grigi e scarsi Mirar la doglia de l'anno che muore, Le foglie ad una ad una distaccarsi E gemer sotto il piè del vïatore,

Sin che la nebbia del suo putre umore Le macera o le avvolge La fredda brezza e lenta le travolge Giù ne l'informe valle ruinosa.

Allor le nubi che fuman su i monti, Allor le pioggie lunghe e tristi al piano, E l'alte ombre de' gelidi tramonti, Ed il triste desio del sol lontano,

E la bruma crescente a mano a mano, E il gel che tutto serra. Tu fuggi a tanta guerra, O giovinetta rosa.

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