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1835–1907

XXXV

Giosue Carducci

Te non il canto che di tenue vena Lene a gli orecchi mormora e deriva Né sottil arte di servil camena Lusinga, o diva.

Te giova il grido che le turbe assorda E a l'armi incalza a l'armi in cuor cessanti, Te le civili su la ferrea corda Ire sonanti:

E sol tra i casi de la pugna orrendi E flutti d'aste e fulminose spade Nel vasto sangue popolar discendi, O libertade.

Tal t'invocava su la terra attea Trasibul duro ne' dubbiosi affanni, E cadean ostie a la cecropia dea Trenta tiranni:

Tal, sollevato il parricida acciaro, Teste di regi consecrando a Dite, Bruto e Virginio un dì ti revocaro Diva quirite.

Ma quale inermi a te le mani porge Di tra una plebe che percossa giace Non del tuo viso l'alma luce ei scorge; Ma senza pace

Assidua larva tu lo premi: ei vola Tra le tue pugne co 'l desio veloce, E muto campo gli è il pensiero e sola Arme la voce.

Tale il tuo nume nel gran cor portando Correva Italia l'astigiano acerbo, E trattò il verso come ferreo brando, Vate superbo:

Te fra gli avelli sotto il ciel romano Chiamava; e il nome giù per l'aer cieco Cupo rendeva a lui dal vaticano Vertice l'eco.

Tu l'implacato allòr flutto d'Atlante Rasserenavi de le die pupille: Aspri deserti sotto le tue piante Fiorian di ville.

Quindi crollando la corusca lancia Saltasti in poppa a i legni di Luigi, E ti scortaro i cavalier di Francia Dentro Parigi.

Ma noi te in vano al tuo già sacro ostello Desiderammo, triste itala prole: Senza te mesto il ciel ed è men bello Il nostro sole.

Torna, e ti splenda in man l'acciar tremendo Quale tra i nembi ardente astro Orione; Deh torna, o dea, co 'l bianco piè premendo Mitre e corone.

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