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1835–1907

XXXIV

Giosue Carducci

Non sempre aquario verna, né assidue Nubi si addensano, piogge si versano Malinconicamente Sovra il piano squallente:

Non sempre l'arida chioma a le roveri I torbid'impeti d'euro affaticano, Né dura artico ghiaccio A industri legni impaccio:

Ma tu, o che vespero levi la rosea Face sull'ampio del ciel silenzio O fugga al sol d'avanti Mal gradito a gli amanti,

Tu sempre in flebili modi elegiaci, Lamenti, o Giulio, la cara vergine Che il fren de' tuoi pensieri Reggea con gli occhi neri.

Oh non continue querele e gemiti Commise a' dorici metri Simonide; Né ogn'or gemé in Valchiusa Nostra più dolce musa,

Sí fra le memori tombe romulee Destò l'italica speme, e del lauro Di Gracco ornò la chioma Al tribuno di Roma;

E anch'oggi splendidi gli sdegni vivono Ne' tardi secoli, spirano i fremiti De le genti latine, Ne le armonie divine.

Deh, se pur premeti desio di piangere, Mira la patria; grave d'obbrobrio Il nome italo mira; E qui piangi e ti adira.

Mira: di barbaro lusso le rigide Torri si vestono, dove già gl'integri Petti e le forze e i gravi Senni crebber de gli avi.

Qui dove i trivii d'urli e domestico Marte e di fiaccole notturni ardevano E insanguinò le spade Gelosa libertade,

Di specchi fulgido ecco e di lampade È il luogo, e gli ozii molce di un popolo A cui diè il cielo in sorte Noia pallida e morte.

Torpe degenere la plebe, e lurida Ammira gli aurei splendori, ed invida E vil con mano impronta I duri Cresi affronta;

Lieta se a' nobili tetti d'obbrobrio Saliron avide le plebee vergini A ricomprar le fami De' genitori infami.

No, di quel valido sangue, che spiriti Gentili e rapida virtù ne gli animi De' parenti fluiva, L'onda ahi più non è viva.

Sacri a la pubblica salute, estranee Minacce ed impeti di re fiaccarono: Plebe altera, de' grandi Prostrâr l'orgoglio e i brandi.

Discese il ferreo baron da l'orride Castella, e al popol vincente aggiuntosi Con mano usa al crudele Cenno trattò le tele.

Da le patrizie magioni al popolo, Premio d'industria, benigna copia Calò; di languid'oro Non custodian tesoro

L'arche difficili. Crebbe a la patria Larga di pubblici doni e di gloria Ogni studio più degno E di mano e d'ingegno.

E pompe sursero di fòri e portici Ed are a l'unico signor de' liberi. Né a gli ozi allor de' vili Servian l'arti civili;

Ma del magnanimo voler, da' semplici Cuor de gli artefici, sfidando i secoli, Balzò con franco volo Su l'attonito suolo

Di Flora il tempio; dove tra i memori Padri fremerono d'assenso i giovini A l'ira e a' carmi austeri Del gran padre Alighieri.

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