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1835–1907

XXXII

Giosue Carducci

Calvi, aggrondati, ricurvi, sì come becchini a la fossa stan radi alberi in cerchio de la sucida riva. Stendonsi livide l'acque in linea lunga che trema sotto squallido cielo per la lugubre macchia.

Bevon le nubi dal mare con pendule trombe, ed il sole piove sprazzi di riso torbido sovra i poggi. I poggi sembrano capi di tignosi ne l'ospitale, l'un fastidisce l'altro da' finitimi letti.

Scattan su da un cespuglio co 'l guizzo di frecce mancate due neri uccelli: cala con pigre ruote un falco. Corrono, mentr'io leggo Marlowe, le smunte cavalle de la vettura: il sole scema, la pioggia freme.

Ed ecco a poco a poco la selva infóscasi orrenda, la selva, o Dante, d'alberi e di spiriti, dove tra piante strane tu strane ascoltasti querele, dove troncasti il pruno ch'era Pier de la Vigna.

Io leggo ancora Marlowe. Del reo verso bieco, simìle a sogno d'uomo cui molta birra gravi, d'odii et incèsti e morti balzando tra forme angosciose esala un vapor acre d'orrida tristizia,

che sale e fuma, e misto a l'aer maligno feconda di mostri intorno le pendenti nuvole, crocida in fondo a' fossi, ferrugigno ghigna ne' bronchi, filtra con la pioggia per l'ossa stanche. Io tremo.

Ah quei pini che il vento che il mare curvaron tanti anni paiono traer guai contro di me: «Che importa —dicon—tendere a l'alto? che vale combatter? Che giova amare? Il fato passa ed abbassa». Ma tu,

tu sughero triste che a terra schiacciato rialzi il capo, reo gobbo, bestemmiando Iddio, perché mi tendi minaccioso le braccia tue torte? che colpa ho io ne 'l fato che ti danna?

E voi, lunghe nel mezzo del tetro recinto alberelle, co' rami spioventi, quasi canute chiome, siete alberelle voi? siete le tre fiere sorelle che aspettâr Macbeth su la fatale via?

Odo pauroso carme che voi bisbigliate co' venti, di rospi, di serpi, di sanguinanti cuori. Guglielmo, re de' poeti da l'ardua fronte serena, perché mi mandi lugubri messaggi?

Io non uccisi il sonno, ben gli altri a me spensero il cuore: non cerco un regno, io solo chieggio al mondo l'oblio. Oblio? no, vendetta. Cadaveri antichi, pensieri che tutti una ferita mostrate aperta e tutti

a tradimento, su! su da 'l cimitero del petto, su date a' venti i vostri veli funebri. Qui raduniam consiglio, qui ne l'orribile spiazzo, a l'ombre ignave, su le mortifere acque.

Qui gonfia di serpi tra 'l fior bianco e giallo la terra, pregna di veleni qui primavera ride. Rida ubriaco il verso di gioia maligna; com'angue, strisci, si attorca, snodisi tra i sibili.

Volate, volate, canzoni vampire, cercando i cuor che amammo: sangue per sangue sia. Ma che? Disvelasi lunge superbo a veder l'Argentaro lento scendendo nel Tirreno cerulo.

Il sole illustra le cime. Là in fondo sono i miei colli, con la serena vista, con le memorie pie. Ivi m'arrise fanciullo la diva sembianza d'Omero. Via, tu, Marlowe, a l'acque! tu, selva infame, addio.

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