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1835–1907

XXVIII

Giosue Carducci

Tu cui reina il cieco Erebo tiene E Arcadia in terra cacciatrice t'ama, Ma in ciel de l'Ore il biondo stuol ti chiama Bella Selene;

Ora che i bianchi corridor del lento Freno tu tempri e regni su la diva Notte, m'ascolta; se da noi t'arriva Prego o lamento.

Non tra quest'ombre io la vendetta affretto Già meditata; il casto raggio odiando, Non io prorompo a invadere co 'l brando Cognato petto.

Io amo: e Cintia, l'espugnata al fine Cintia superba, a' novi amor si rende; E, dubitosa, del notturno scende Orto al confine.

Che tu nel carro de la luna stai Intemerata come il ciel cui reggi, Che dea severa te d'amor le leggi Non piegâr mai,

Cantano i vati: ma non sempre varia De' prometìdi su le brevi paci Vegli, ma in terra ti detragge a i baci Giovin di Caria.

Allor l'ambrosia i tuoi cavalli erranti Pascono, l'aere alto silenzio ingombra, E te lodando mesconsi per l'ombra Sacra gli amanti.

Or, bella diva, or vela il tuo splendore: Corri pe' templi aerei tacente: Me Amor precede, e rompe la cedente Tenebra Amore.

Tu passi e splendi: sotto il vivo raggio Ride il giardino in ogni lato aperto: Io tra li sguardi curiosi incerto Fermo il viaggio.

Ah falsa dea! va' su' misteri orrendi De' druidi a correr sanguinosa, ascolta L'emonie voci, e da le maghe svolta Ne l'orgie scendi.

E già scendesti da l'argentea biga Ostie d'umani e d'ospiti a mirare Su l'aspra riva cui l'aquilonare Flutto castiga:

Più rea che quando il fior del disonesto Eburneo corpo abbandonasti a Pane, Calda d'amore a le donate lane, Fredda pe 'l resto.

Oh ben ti tolse il gran senno odierno E biga e soglio! Un vano idolo or sei: E anch'io ti spregio, e torno a' patrii dèi Vate moderno.

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