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1835–1907

XXVIII

Giosue Carducci

Quando cadono le foglie, quando emigrano gli augelli E fiorite a' cimiteri son le pietre de gli avelli, Monta in sella Enrico quinto il delfin da' capei grigi, E cavalca a grande onore per la sacra di Parigi.

Van con lui tutt'i fedeli, van gli abbati ed i baroni: Quanta festa di colori, di cimieri e di pennoni! Monta Enrico un caval bianco, presso ha il bianco suo stendardo Che coprì morenti in campo San Luigi e il pro' Baiardo.

Viva il re! Ma il ciel di Francia non conosce il sacro segno; E la seta vergognosa si ristringe intorno al legno. Più che mai su gli aurei gigli bigio il cielo e freddo appare: Con la pace de gli scheltri stanno gli alberi a guardare;

E gli augelli, senza canto, senza rombo, tristi e neri, Guizzan come frecce stanche tra i pennoni ed i cimieri. Viva il re! Ma i lieti canti ne le trombe e ne le gole Arrochiscono ed aggelano su le bocche le parole.

Arrochiscono; ed un rantolo faticoso d'agonia Par che salga su dai petti de l'allegra compagnia. Cresce l'ombra de le nubi, si distende su la terra, Ed un'umida tenèbra quel corteggio avvolge e serra.

Dan di sprone i cavalieri, i cavalli springan salti: Sotto l'ugne percotenti suon non rendono i basalti. Manca l'aria; e, come attratti i cavalli e le persone Ne la plumbea d'un sogno infinita regione,

Arrembando ed arrancando per gli spazi sordi e bigi Marcian con le immote insegne per entrar a San Dionigi. Viva il re! Giù da i profondi sotterranei de la chiesa Questa voce di saluto come un brontolo fu intesa:

E da l'ossa che in quei campi la repubblica disperse Una nube di fumacchi si formava, e fuori emerse Uno stuolo di fantasmi: donne, pargoli, vegliardi, Conti, vescovi, marchesi, duchi, monache, bastardi;

Tutti principi del sangue: tronchi, mózzi, cincischiati, I zendadi a fiordiligi stranamente avvoltolati. Entro i teschi aguzzi e mondi che parean d'avorio fino Luccicavano le occhiaie d'un sottil fuoco azzurrino.

Qual brandiva, salutando, un cappel bianco piumato Con un gracil moncherino che solo eragli avanzato; Qual con una tibia sola disegnava un minuetto; Qual con mezza una mascella digrignava un sorrisetto.

Tutt'a un tratto quel movente di maligni ossami stuolo Scricchiolando e sgretolando si levò per l'aria a volo; Ed intorno a l'orifiamma dispiegante i gigli gialli Sgambettando e cianchettando intessea carole e balli,

Ed intorno a l'orifiamma sventolante i gigli d'oro Sibilando e bofonchiando intonava questo coro. – Ben ne venga il delfin grigio nel reame ove a' Borboni Né pur morte guarentisce fide o pie le sue magioni.

Passerem dal Ponte Nuovo. Venga a sciôr la sua promessa Co 'l re grande che Parigi guadagnò per una messa, E nel marmo anche par senta co' mustacchi intirizziti Caldo il colpo e freddo il ghiaccio del pugnal de' gesuiti.

Marceremo a Nostra Donna. Mitriati e porporati Tre arcivescovi i lor sonni per accoglierne han lasciati. Su l'entrata sta solenne con l'asperges d'oro in pugno Quel che tinse del suo sangue gli arsi lastrici di giugno.

In disparte ginocchioni veglia a dire le secrete Quel che spento fu in sacrato per le mani d'un suo prete. Benedice la corona del figliuol di San Luigi Quel che giacque sotto il piombo del comune di Parigi.

Tristi cose. Al men tuo padre (son cortesi i giacobini) Nel palchetto d'un teatro morì al suon de' violini. Coprì l'onda de l'orchestra la real confessione, Salì Cristo in sacramento tra le maschere al veglione.

Farem gala a quel teatro noi borbonica tregenda: Da quel palco (Iddio ti salvi!) muove, o re, la tua leggenda. – Così strilla sghignazzando via pe'l grigio aere la scorta. Ma cavalca il quinto Enrico dritto e fermo in vèr la porta.

Su la porta di Parigi co 'l bacile d'oro in mano A l'omaggio de le chiavi sta parato un castellano. Ei non guarda, non fa cenno di saluto, non procede: Un'antica e fatal noia su le grosse membra siede.

Erto il capo e 'l guardo teso, ma l'orgoglio non vi raggia: Una tenue per il collo striscia rossa gli viaggia. Non pare ordine o collare che il re doni al suo fedele: Non è quel di San Luigi, non è quel di San Michele.

Al passar d'Enrico, ei muove a test'alta e regalmente; Fende in mezzo il gran corteggio: ciascun vede e niun lo sente. È a la staffa già d'Enrico; ma non piega ad atto umìle, E tien dritto e fermo il collo mentre leva su il bacile.

– Ben ne venga mio nipote, l'ultim'uom de la famiglia! Queste chiavi ch'io ti porgo fur catene a la Bastiglia. Tali al Tempio io le temprava. – Con l'offerta fa l'inchino Ed il capo de l'offrente rotolava nel bacino;

Ed il capo di Luigi con l'immobile occhio estinto Boccheggiante nel bacino riguardava Enrico quinto.

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