Skip to content
1835–1907

XXVII

Giosue Carducci

De la quadriga eterea Agitator sovrano, Sferza i focosi alipedi, Bellissimo Titano.

Te pur, de l'ugna indocile Stancando il balzo eoo, Chiamaro in van ne' vigili Nitriti Eto e Piroo,

Quando la bella Orcamide Ti palpitò su 'l core E gli achemenii talami Chiuse ridendo Amore.

E a noi con l'alma Venere Facile Amor si mostra, E noi gli amplessi affrettano De la fanciulla nostra.

In vano, in van la rigida Madrigna a me la niega: Amor che tutto supera, Amor che tutto spiega,

Vuol, fausto iddio, commetterla Ne le mie mani e vuole I nostri amor congiungere, Te declinato, o Sole.

Ed ella omai le tacite Cure nel petto anelo Volge, e te guarda. Oh giungati Il caro sguardo in cielo!

Dolce fiammeggian l'umide Luci nel vano immote: Siede pallor lievissimo In su le rosee gote.

Ecco, presente Venere Ne l'anima pudica Regna, e il pensier virgineo Con forza empia affatica.

Cotal forse aggiravasi Ne la stanza odiosa Del giovinetto Piramo L'inaugurata sposa.

E in cor pensava i gaudii Al fido orror commessi Ed i furtivi talami E i raddoppiati amplessi:

In tanto Amor gemeane, De' preparati lutti Già fatalmente prèsago E de' mutati frutti.

Ma le dolenti imagini Si portin gli euri in mare: Diciam parole prospere: Benigno Amor ne appare.

Oh sperar lungo e timido, Oh d'angosciose notti False quieti, oh torbidi Sogni dal pianto rotti!

Mercé, mercé! pur compiesi Il dolce e fier desio, Pur debbo al fine io stringerla Su questo petto mio!

Ah no che sen più candido Endimion non strinse Quando notturna Venere La schiva dea gli scinse!

Io ardo. Amore infuria Nel fulminato petto; E corro, e guardo, ed Espero Gridando in cielo affretto.

Pietà, divino Apolline! Spingi i destrier celesti, Le inerti Ore sollecita; Ruina... A che t'arresti?

E ancor rattieni il cocchio In su l'estrema curva? E ancor l'ancella undecima Lenta su 'l fren s'incurva?

Male io sperai te facile Al suon di mie querele, Sempre agli amanti infausto, Sempre in amor crudele!

Clizia oceania vergine Per te conversa in fiore Ancor mutata sèrbati Il non mutato amore.

Imprecò già Coronide Per te al disciolto cinto: Amicle un giorno e Tàigeta Pianser per te Giacinto.

Ma e tu d'amor gl'imperii, Tu, petto immansueto, Durasti; e i greggi a pascere Pur ti ritenne Admeto.

Te solitari attesero I templi ermi del cielo, Né più muggìa da gli aditi La religion di Delo.

Giacea de' tori indocili Dal vago piè calcato L'arco divino argenteo In abbandon su 'l prato.

Né bastò l'arte medica Verso la cura nova: Ahi, sol di furie e lacrime Il nostro iddio si giova.

Né tra le dita ambrosie Più ti splendea la lira, Quella onde al padre caddero Sovente i fuochi e l'ira.

E che? l'avena rustica Dal labbro tuo risona, O figlio de l'Egioco, O figlio di Latona?

Tu d'amor gemi, ed orride Co 'l muggito diverso Rompon le vacche tessale La dotta voce e il verso.

Fama è però che memore Tu de l'incendio antico A gli amorosi giovini Nume ti porgi amico.

E i vóti a te salirono Del buon Cerinto grati, Quando immaturi pressero L'egra Sulpizia i fati:

Tu al bel corpo le mediche Mani applicar godesti, Tu al giovinetto cupido Integra lei rendesti.

E giorno fu che in trepida Cura Tibullo ardea; Varia di amori il candido Vate Neèra angea.

Gemeva egli le vigili Piume stancando in vano: Ma in piena luce videti Il cavalier romano.

Pe 'l lungo collo eburneo Intonsi i crin fluire Vide e stillar la mirtea Chioma rugiada assire.

Qual de la luna in placido Sereno, era il candore: Era nel corpo niveo Di porpora il colore,

Come al settembre tingonsi Bianche mele fragranti, Come fanciulle intrecciano I gigli a li amaranti.

– Soffri, dicesti: ad Albio Serbata è pur Neera: Tendi le braccia a i superi Con molta prece, e spera. –

E anch'io pregai: di lacrime Io gli abbracciati altari Sparsi: e non furo i superi A me di grazia avari.

Non io lamento perfida La mia fanciulla, escluso Non io gli aspri fastidii De la superba accuso;

Né de le mense eteree Vuo' che ti prenda oblio Ed entri, almo Latoide, Quest'umil tetto mio.

Mi dolgo io ben che tardisi A le mie gioie l'ora Dal corso tuo che a Nèreo Par non accenni ancora.

Dolgomi... Ahi folle! inutili Querele io spando: errore Al cor m'induce il memore Libetrico furore.

Te da le valli tessale, Te da l'egea marina Vedea de' vati ellenici La fantasia divina,

Giovine iddio bellissimo Pe' i cieli ermi sorgente: Ignei tu avevi alipedi, Carro di fiamma ardente;

E intorno ti danzavano Ne la serena spera Le ventiquattro vergini, Fosca e vermiglia schiera.

Né vivi tu? né giunseti Del vecchio Omero il verso? E Proclo in van chiamavati Amor de l'universo?

Il vero inesorabile Di fredda ombra covrio Te larva d'altri secoli, Nume de' greci e mio.

Or dove il cocchio e l'aure Giovanil chioma e' rai? Tu bruta mole sfolgori Di muto fuoco, e stai.

Ahi! da le terre ausonie Tutti fuggîr li dèi: In vasta solitudine, O Musa mia, tu sei.

In vano, o ionia vergine, Canti, ed evochi Omero: Surge, e minaccia squallido Da' suoi deserti il vero.

Vale, o Titano Apolline, Re del volubil anno! Or solitario avanzami Amore, ultimo inganno.

Andiam: de la mia Delia Ne gli atti e nel sorriso Le Grazie a me si mostrino Quai le mirò Cefiso;

E pèra il grave secolo Che vita mi spegnea, Che agghiaccia il canto ellenico Ne l'anima febea!

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
XXVII · Giosue Carducci · Poetry Cove