Ogni anno, allor che lugubre L'ora de la sconfitta Di Mentana su' memori Colli volando va,
I colli e i pian trasalgono E fieramente dritta Su i nomentani tumuli La morta schiera sta.
Non son nefandi scheletri; Sono alte forme e belle, Cui roseo dal crepuscolo Ondeggia intorno un vel:
Per le ferite ridono Pie le virginee stelle, Lievi a le chiome avvolgonsi Le nuvole del ciel.
– Or che le madri gemono Sovra gl'insonni letti, Or che le spose sognano Il nostro spento amor,
Noi rileviam dal Tartaro I bianchi infranti petti, Per salutarti, o Italia, Per rivederti ancor.
Qual ne l'incerto tramite Gittava il cavaliero Il verde manto serico De la sua donna al piè,
Per te gittammo l'anima Ridenti al fato nero; E tu pur vivi immemore Di chi moria per te.
Ad altri, o dolce Italia, Doni i sorrisi tuoi; Ma i morti non obliano Ciò che più in vita amâr;
Ma Roma è nostra, i vindici Del nome suo siam noi: Voliam su 'l Campidoglio, Voliamo a trionfar. –
Va come fósca nuvola La morta compagnia, E al suo passare un fremito Gl'itali petti assal;
Ne le auree veglie tacciono La luce e l'armonia, E sordo il tuon rimormora Su l'alto Quirinal.
Ma i cavalier d'industria, Che a la città di Gracco Trasser le pance nitide E l'inclita viltà,
Dicon – Se il tempo brontola, Finiam d'empire il sacco; Poi venga anche il diluvio: Sarà quel che sarà.
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