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1835–1907

XXVI.

Giosue Carducci

Qual sovra la profonda Pace del glauco pelago Uscì Venere, e l'onda Accese e l'aer e l'isole,

Quando al ciel le divine Luci alzò raccogliendo il molle crine; Primavera beata Su le pianure italiche

Sorride. Ogni creata Cosa in vista rallegrasi: Scherza con l'aura e il fiore E vola nel sereno etere Amore.

Entro la chiusa stanza Medita Amore, trovalo In fragorosa danza La giovinetta, ed integra

Cede a' futuri affanni L'inconsapevol cuore e i candidi anni. D'ebrietà possente Sale dal suol che vegeta

Un senso: al cor fremente Il mondo antico vestesi Di novi incanti, e a' petti Novi palpiti chiede e novi affetti.

Transvolar le serene Forme de' sogni improvvido L'uom ricontempla: arene E deserto il ricingono:

La falsa imago anelo Lui tragge ove più stride il verno e il gelo. Tal, se l'alta marina Ara e l'insonne Atlantico,

Vede, allor che ruina La notte solitaria, L'elvezio infermo il rio Alpin ne l'onde salse, e del natio

Monte le vacche quete Pender da i verdi pascoli, E tra l'ombre segrete Un'aspettante vergine

Cantar, molle la guancia; Vede, ed in contro a lei nel mar si lancia, Che sopra gli si chiude Muto. O soavi imagini,

Pur d'ogni senso nude; O d'inconsulti palpiti Desio profondo arcano; Ultima gioventù del cuore umano!

Questa che deludete Misera prole, o perfidi, Quanto ha di voi pur sete! E vi saluta reduci

Insieme al riso alterno Onde s'attempa il vol de l'orbe eterno. Culto tra i feri studi Sacro un giorno a' romulidi,

E di solenni ludi Empiea sonante l'isola Che il Tebro ad Ostia in faccia Lieta di paschi e di roseti abbraccia.

Dal dí che il mese adduce De la marina Venere Sino a la terza luce Già sorta a gl'incunabuli

Di Quirin, la gioconda Festa correa per la fiorita sponda. E qui belle traéno A' rosei tabernacoli

Donzellette cui 'l seno Tra i bianchi lin moveasi Intatto anche a gli amori. Sotto gli astri roranti e a' miti ardori

Del sole i verginali Carmi intorno volavano, Mentre il piacer da l'ali Stillava ingenuo nèttare

E Terpsicore dea Invisibil co 'l suon danze movea. “La sposa ecco di Tèreo Canta tra i verdi rami,

Né par che omai del barbaro Marito si richiami: Più scorte note a lei Amore insegna e più soavi omei.

Canta: e noi mute, o vergini, L'udiamo. Oh quando fia Che venga e me pur susciti La primavera mia,

E rondine io diventi Che l'allegra canzon commette a' venti? Già voluttade l'aere Empie di rosei lampi:

Sentono i campi Venere, Amor nacque ne i campi: Effuso dal terreno Lui raccolse la dea nel latteo seno.

E lo nudrîr le lacrime D'odorati arboscelli, E lo addormiro i gemiti De l'aure e de' ruscelli,

E lo educaro i molli Baci de' fiori in su gli aperti colli. L'umor che gli astri piangono Per la notte serena

Sottil corre a la nubile Rosa di vena in vena, Onde al zefiro sposo Sciolga il peplo domani e il sen pomposo.

Di Cipri ella da l'ìcore Nata d'Amor tra i baci Tien gemme e fiamme e porpore, O Ciel, da le tue faci;

E conoscente figlia A le tue nozze il talamo invermiglia, Allor che da le pendule Nubi la maritale

Pioggia a la Terra cupida Discende in grembo, ed ale Nel vasto corpo i vasti Feti che tu, Ciel genitor, creasti.

Dal sangue tuo l'oceano Tra selve di coralli, Tra le caterve cerule E i bipedi cavalli,

A i liti almi del lume Vener produsse avvolta in bianche spume Ed ella or del suo spirito Le menti arde e le vene,

Del nuovo anno l'imperio Procreatrice tiene, Ed aria e terra e mare Soave riconsiglia a sempre amare.

Da i boschi, o delia vergine, Cedi per oggi: noi Invia la diva placide Nunzie de' voler suoi:

Non macchi, ahimè!, ferina Strage la selva il dì ch'ella è reina. Essa a le ninfe il mìrteo Bosco d'entrare impone:

Amore a quelle aggiugnesi, Ma l'armi pria depone. Francate, o ninfe, il core: Posto ha giù l'armi, è feriato Amore.

La madre il volle, pavida No il picciolin rubello Altrui ferisca improvvido. Ma pur Cupido è bello.

Guardate, o ninfe, il core: È tutto in armi, anche se nudo, Amore. Con lui fermò nel Lazio De' lari idei l'esiglio,

E una laurente vergine La dea concesse al figlio D'Anchise; e quindi a Marte, Sbigottita orfanella in chiome sparte.

Di Vesta ella dal tempio Traea la sacerdote: Onde il gran padre Romolo E Cesare nipote;

Onde i Ramni e i Quiriti, E tu o Roma, signora in tutti i liti.” Beate! e i lieti cori Non rompea lituo barbaro,

Né i verecondi amori Turbava allora il fremito Che dal core ne preme La tradita d'Italia ultima speme.

Nel sangue nostro i nostri Campi ringiovaniscono; E quando lento i chiostri Del verde pian d'Insubria

Apre l'aratro e frange, Su l'ossa rivelate un padre piange. Non biondeggia superba Da' nostri solchi cerere,

Ma lei calpesta acerba L'ugna de' rei quadrupedi; E tu, vento sereno, Scaldi a' tiranni osceni amor nel seno.

Oh quando fia che d'armi E monte e piano fremano A' rai del sol, e i carmi Del trionfo ridestino

Co' suon del prisco orgoglio I numi addormentati in Campidoglio? Te allor, cinti la chioma De l'arbuscel di Venere,

Canterem, madre Roma; Te del cui santo nascere Il lieto april s'onora, Te de la nostra gente arcana Flora.

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