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1835–1907

XXV

Giosue Carducci

Quando a i piaceri in mezzo od a i tormenti Arrigo Heine crollava La bionda chioma ed a i tedeschi venti Le sue strofe gittava,

E le furie e le grazie de la prosa Folli feroci e schiette Ei liberava da la man nervosa Qual gruppo di saette,

L'ombra del suo pensiero, ombra di morte, Da i suon balzava fuora, E con la scure in man battea le porte Gridando – È l'ora, è l'ora! –

Dal viso del poeta atroce e bello Pendea, ridendo, il dio Thor, e chiedea, brandendo il gran martello, – Ch'io picchi, o figliuol mio?

Sotto il vento de' cantici immortali Piegavano croscianti Le selve de le vecchie cattedrali Con le lor guglie e i santi:

Rintoccava, da i culmini ondeggiando, A morto ogni campana, E Carlo Magno s'avvolgea tremando Nel lenzuol d'Aquisgrana.

Quando toccate, o tisicuzzo, voi Il chitarrin cortese, Mugghian d'assenso tutti i serbatoi Del mio dolce paese.

Le canzonette, assettatuzze e matte, Ed isgrammaticate Borghesemente, fan cagliare il latte E tremar le giuncate.

Deh, come erra fantastico il belato Vostro via per l'acerba Primavera! O montone, al prato, al prato! O agnello, a l'erba, a l'erba!

Il garofolo giallo e la viola Vi sorridon gl'inviti: Ah ghiottoncello, a voi fanno più gola I cavoli fioriti?

Brucate, ruminate, meriggiate E belate a i pastori; E, se potete, i bei cornetti armate Pe' i lascivetti amori.

Con due scambietti poi l'ebete grifo Ponete, oh voi beato!, Su le ginocchia a Cloe, se non ha schifo Del puzzo di castrato:

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