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1835–1907

XXIX

Giosue Carducci

Beviam, se non ci arridano Le sacre Muse indarno, Ora che artoa caligine Preme i laureti d'Arno.

Gema e ne l'astro pallido Stanchi le inferme ciglia La scelerata astemia Romantica famiglia:

A noi progenie italica Ridan gli dèi del Lazio, La madre de gli Eneadi E l'armonia d'Orazio.

M'inganno? o un'aura lirica Intorno a me s'aggira? Flacco, io ti sento: oh, al memore Convivio assisti e spira!

Or che percuote l'ungaro Destrier la valle ocnea, E freme il lituo retico Dove Maron nascea;

Or che l'efòd levitico La diva Roma oscura, E altier di Brenno il milite La sacra via misura;

Qui cupe tazze vuotansi Secondo il patrio rito, Ben che sia lunge l'arbitro Dal libero convito.

Flacco, il tuo bello Apolline Fuggì dal suol latino Cedendo innanzi a Teutate Ed a l'informe Odino,

La musa a noi da gelide Alpi tedesche or suona, Turba un vil gregge i nitidi Lavacri d'Elicona:

Noi pochi e puri (il secolo Síeci, se vuol, nemico) Libiamo a Febo Apolline E al santo carme antico.

Lenti, e che state? or s'alzino Colme le tazze al vóto. A le decenti Cariti, Ecco, tre nappi io vuoto.

Sacro a' sapienti è il numero De i nappi tre: ma nove A noi ne chieggon l'ìmpari Figliuole ascree di Giove.

Né san le dive offendersi Del temperato bere, Né tu discordi, o Libero, Da le virtù severe.

Anch'ei la tazza intrepido Catone al servo chiese, Poi ripensando a Cesare Il roman ferro prese:

E, in quel che Bruto vigila Su le platonie carte, Cass'io tra' lieti cecubi Gl'idi aspettò di Marte.

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