Raggia di luce un riso Da i marmi che d'argiva anima infusi Vivono dèi ne le medicee sale, Un fremito improviso
Corre lungo i severi archi dischiusi De l'alta Santa Croce, or che immortale De' numi e de' poeti a le serene Sedi il molto aspettato Ugo riviene.
O vate che nel canto La bellezza e la morte e di Mimnermo Il senso al pianto del Petrarca annodi, Vieni e posa nel santo
Luogo di gloria, nel solenne ed ermo Tempio de' padri; al tumolo custodi Son qui l'itale muse, e la divina Venere arride in vetta a la collina.
Di rose e laureti Ella ti adorna con eterne feste Le note a l'Alighier contrade austere, E i colli e gli oliveti,
Che il tuo verso di luce anco riveste, Come la luna, a le adorate sere Che forse nel desio de la tua lira Da Bellosguardo il rusignol sospira.
Chi a le libere muse Puro si addisse e per l'augusto vero Spregiò vulghi e tiranni e 'l fato a prova, Chi al popol suo dischiuse
Dal cor profondo e da l'ingegno altero L'onda e la luce de la vita nova, Ben posa qui da la mortal fatica A l'ombra de la grande Italia antica.
Vivi tu, conscio spirto, Forse, e da i verdi elisi, ove te Dante Per mano addusse al gran veglio smirnèo E tra l'ombroso mirto
Saffo ti ride e in gioventù raggiante Teco d'armi e d'amor favella Alceo, Rivli ombra placata, e de' nipoti Ascolti il lacrimoso inno ed i vti?
O ver nudo pensiero Vivi ne l'universa alma che solve, Rinnovellando ognor, le forme antiche? E noi, te di severo
Culto onorando ne la muta polve, Questa diva onoriamo umana Psiche Che i secoli, varcando, adempie e schiara? Pietra a i servi le tombe, a noi son ara.
Ma di Carrara i monti Marmo non dan che paghi la ferita Del poeta e i dolori ignoti e soli, O belle ardite fronti
Ove s'impenna il sogno or de la vita, Se quindi a voi gentil desio non voli, Gentil desio di glorie e di dolori: O gioventù d'Italia, in alto i cori!
Meglio le ingiurie e i danni De la virtude in solitaria parte, Che assidersi co' i vili a regia mensa: Meglio trascorrer gli anni
Ne l'ombra de l'oblio, che vender l'arte A cui d'ignobil fama aure dispensa: Meglio i nembi sfidare al monte in cima, Che belar gregge ne la valle opima.
Co 'l bello italo regno Non crebber l'alme, e per più largo cielo, Qual farfalletta in cui formazion falla, Svolazza il breve ingegno:
Giacquer gli eroi; sogghigna, e senza velo La fronte oscena e la deforme spalla Da la verga d'Ulisse illividite Su 'l tumulo d'Aiace erge Tersite.
Qual gittò tra le genti Pensier l'Italia? in su l'antica fronte Qual astro ride a l'avvenir d'amore? Alte parole, e lenti
Umili fatti! Ahi, ahi; mal con le impronte De le catene a i polsi e più nel core, Mal con la mente da l'ignavia doma, Mal si risale il Campidoglio e Roma!
Patria di grandi e forti, Il tuo fato qual è? Se tal risponde A gli avi suoi tuttor questa mal viva Gente, l'ossa de' morti
A che gravar di marmi? Io l'onde a l'onde Impreco avverse in su la doppia riva, E da i ridesti in Apennin vulcani Pioggia di fuoco a i nostri dolci piani.
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