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1835–1907

XXIV

Giosue Carducci

Quando – Egli è morto – dissero, Io, che qui sola eterna Credo la morte, un fremito Correr sentii l'interna

Vita ed al cuore assiderarmi un gel. Immortal lui credeva. E gli occhi torbidi Volsi, chiedendo e dubitando, al ciel. Ei che d'Italia a l'anime

Fu quel ch'a i corpi il sole, Del quale udiva io parvolo Mirabili parole Sì come d'un fatidico

Spirito tra il passato e l'avvenir, Egli il cui nome appresermi Con quei d'Italia, ei non potea morir. Guardai. D'Italia stavano

Le ville i templi i fòri, Da le sue torri a l'aure Splendeano i tre colori, Fremeano i fiumi i popoli

Ed i pensier con onda alterna, il sol Rideva a l'alpi al doppio mare a l'isole Come pur ieri... Ed era morto ei sol. Passato era de i secoli

Nel dì trasfigurante, A i mondi onde riguardano Camillo e Gracco e Dante, Grandi ombre con immobili

Occhi di stelle a le fluenti età, E riposa Cristoforo Colombo e Galileo contempla e sta.

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