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1835–1907

XXIII

Giosue Carducci

Oh se co 'l vivo sangue Del mio cor ristorare io vi potessi, Gelide membra del figliuolo mio! Ma inerte il cor mi langue,

E irrigiditi cadono gli amplessi, E sordo l'uomo ed è tropp'alto Iddio. O poverello mio, la lacrimosa Gota a la gota di tua madre posa.

Non de la madre al seno Il tuo fratel posò: lenta, su 'l varco Presse gli estremi aliti suoi la neve. Da l'opra dura, pieno

Il dì, seguiva sotto iniquo carco I crudeli signor co 'l passo breve; E co' l'uom congiurava a fargli guerra L'aere implacato e la difficil terra.

Il nevischio battea Per i laceri panni il faticoso; E cadde, e sanguinando in van risorse. La fame ahi gli emungea

L'ultime forze, e al fin su 'l doloroso Passo lo vinse; e pia la morte accorse: Poi cadavero informe e dissepolto Lo ritornâr sotto il materno volto.

Ahimè, con miglior legge Ripara a schermo da la gelid'aura Aquila in rupe e belva antica in lustre, Ed un covil protegge

Tepido i sonni ed il vigor restaura A i can satolli entro il palagio illustre Qui presso, dove de l'amor più forte, Figlio de l'uomo, te mena il gelo a morte.

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