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1835–1907

XXIII

Giosue Carducci

Taci, o fanciulla mesta; Taci, o dolente madre, e l'affamato Pargol raccheta ne la notte bruna. Fiammeggia, ecco, la festa

Da' vetri del palagio, ove il beato De la libera patria ordin s'aduna, E magistrati e militi tra' suoni E dotti ed usurier mesce e baroni.

De' tuoi begli anni il fiore, O fanciulla, intristì, chiedendo in vano L'aer e l'amor ch'ogni animal desia; Ma ride in quel bagliore

Di sete e d'òr, che con la bianca mano La marchesa raccoglie e va giulìa In danza. Or pianga e aspetti pur, che importa? La prostituzione a la tua porta.

Quel che ne la pupilla Del figliuol tuo gelò supremo pianto Che tu non rasciugasti, o madre trista, Gemma s'è fatto e brilla

Tra 'l nero crin de la banchiera. E intanto Il leggiadro e soave economista A lei che ride con la rosea bocca Sentenze e baci dissertando scocca.

Gioite, trionfate, O felici, o potenti, o larve! E quando Il sol nuovo la plebe a l'opre caccia, Uscite e dispiegate,

Pur la mal digerita orgia ruttando, Le vostre pompe a' suoi digiuni in faccia; E non sognate il dì ch'a l'auree porte Batta la fame in compagnia di morte.

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