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1835–1907

XXIII

Giosue Carducci

E tu, se d'echeggianti Valli, o borea, dal grembo, o errando in selva Di pin canora, o stretto in chiostri orrendi, Voce d'umani pianti

E sibilo di tibie e de la belva Ferita il rugghio in mille suoni rendi, Borea, mi piaci. E te, solingo verno, Là su quell'alpe volentieri io scerno.

Una caligin bianca Empie l'aer dormente, e si confonde Co 'l pian nevato a l'orizzonte estremo. Tenue rosseggia e stanca

Del sol la ruota, e tra i vapor s'asconde, Com'occhio uman di sue palpèbre scemo. E non augel, non aura in tra le piante, Non canto di fanciulla o viandante;

Ma il cigolar de' rami Sotto il peso ineguale affaticati E del gel che si fende il suono arguto. Canti Arcadia e richiami

Zefiro e sua dolce famiglia a i prati: Me questo di natura altiero e muto Orror più giova. Deh risveglia, Eurilla, Nel sopito carbon lieta favilla;

Ed in me la serena Faccia converti e 'l lampeggiar del riso Che primavera ove si volga adduce. A la sonante scena

Poi ne attendono i palchi, ove dal viso De le accolte bellezze ardore e luce E da le chiome e da gl'inserti fiori Spira l'april che rinnovella odori.

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