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1835–1907

XXIII

Giosue Carducci

Mancava il pan, mancava L'opra sottile a reggere la vita; E al freddo focolar sedea tremando, E muta mi guardava,

Pallida mi guardava e sbigottita, La madre: e un lungo giorno iva passando Che perseguiami quel silenzio e 'l guardo, Quand'io lassa discesi a passo tardo.

Piovea per la brumale Nebbia lividi raggi alta la luna In su 'l trivio fangoso, e dispariva Dietro le nubi: tale

Di giovinezza il lume in su la bruna Mia vita mesto fra i dolor fuggiva. E la man tesi: e vidimi in conspetto Osceni ghigni; e in cor mi scese un detto

Immane. Ahi, ma più immane Me, o superbi, premea la lunga fame E il guardo e il viso de la madre antica. Tornai: recai del pane:

Ma tacean del digiuno in me le brame, Ma sollevare i gravi occhi a fatica Sostenni; o madre, e nel tuo sen la fronte Ascosi e del segreto animo l'onte.

Addio, d'un santo amore Fantasie lacrimate, e voi compagne Di questa infelicissima fanciulla! A voi rida il candore

Del vel che la pia madre adorna e piagne, E 'l pensier ch'erra a studio d'una culla. Io derelitta io scompagnata seguo Pur la traccia de l'ombre e mi dileguo.

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