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1835–1907

XXII

Giosue Carducci

Agile e solo vien di colle in colle quasi accennando l'arduo cipresso. Forse Francesca temprò qui li ardenti occhi al sorriso?

Sta l'erta rupe, e non minaccia: in alto guarda, e ripensa, il barcaiol, torcendo l'ala de' remi in fretta dal notturno Adria: sopra

fuma il comignol del villan, che giallo mesce frumento nel fervente rame là dove torva l'aquila del vecchio Guido covava.

Ombra d'un fiore è la beltà, su cui bianca farfalla poesia volteggia: eco di tromba che si perde a valle è la potenza.

Fuga di tempi e barbari silenzi vince e dal flutto de le cose emerge sola, di luce a' secoli affluenti faro, l'idea.

Ecco la chiesa. E surse ella che ignoti servi morian tra la romana plebe quei che fûr poscia i Polentani e Dante fecegli eterni.

Forse qui Dante inginocchiossi? L'alta fronte che Dio mirò da presso chiusa entro le palme, ei lacrimava il suo bel San Giovanni;

e folgorante il sol rompea da' vasti boschi su 'l mar. Del profugo a la mente ospiti batton lucidi fantasmi dal paradiso:

mentre, dal giro de' brevi archi l'ala candida schiusa verso l'oriente, giubila il salmo cantando Itala gente da le molte vite,

dove che albeggi la tua notte e un'ombra vagoli spersa de' vecchi anni, vedi ivi il poeta. Ma su' dischiusi tumuli per quelle

chiese prostesi in grigio sago i padri, sparsi di turpe cenere le chiome nere fluenti, al bizantino crocefisso, atroce

ne gli occhi bianchi livida magrezza, chieser mercé de l'alta stirpe e de la gloria di Roma. Da i capitelli orride forme intruse

a le memorie di scalpelli argivi, sogni efferati e spasimi del bieco settentrione, imbestiati degeneramenti

de l'oriente, al guizzo de la fioca lampada, in turpe abbracciamento attorti, zolfo ed inferno goffi sputavan su la prosternata

gregge: di dietro al battistero un fulvo picciol cornuto diavolo guardava e subsannava. Fuori stridea per monti e piani il verno

de la barbarie. Rapido saetta nero vascello, con i venti e un dio ch'ulula a poppa, fuoco saetta ed il furor d'Odino

su le arridenti di due mari a specchio moli e cittadi a Enosigeo le braccia bianche porgenti. Ahi, ahi! Procella d'ispide polledre

àvare ed unne e cavalier tremendi sfilano: dietro spigolando allegra ride la morte. Gesù, Gesù! Spalancano la tetra

bocca i sepolcri: a' venti a' nembi al sole piangono rese anch'esse de' beati màrtiri l'ossa. E quel che avanza il Vìnilo barbuto,

ridiscendendo da i castelli immuni, sparte – reliquie, cenere, deserto – con l'alabarda. Schiavi percossi e dispogliati, a voi

oggi la chiesa, patria, casa, tomba, unica avanza: qui dimenticate, qui non vedete. E qui percossi e dispogliati anch'essi

i percussori e spogliatori un giorno vengano. Come ne la spumeggiante vendemmia il tino ferve, e de' colli italici la bianca

uva e la nera calpestata e franta sé disfacendo il forte e redolente vino matura; qui, nel conspetto a Dio vendicatore

e perdonante, vincitori e vinti, quei che al Signor pacificò, pregando, Teodolinda, quei che Gregorio invidiava a' servi

ceppi tonando nel tuo verbo, o Roma, memore forza e amor novo spiranti fanno il Comune. Salve, affacciata al tuo balcon di poggi

tra Bertinoro alto ridente e il dolce pian cui sovrasta fino al mar Cesena donna di prodi, salve, chiesetta del mio canto! A questa

madre vegliarda, o tu rinnovellata itala gente da le molte vite, rendi la voce de la preghiera: la campana squilli

ammonitrice: il campanil risorto canti di clivo in clivo a la campagna Ave Maria. Ave Maria! Quando su l'aure corre

l'umil saluto, i piccioli mortali scovrono il capo, curvano la fronte Dante ed Aroldo. Una di flauti lenta melodia

passa invisibil fra la terra e il cielo: spiriti forse che furon, che sono e che saranno? Un oblio lene de la faticosa

vita, un pensoso sospirar quiete, una soave volontà di pianto l'anime invade. Taccion le fiere e gli uomini e le cose,

roseo 'l tramonto ne l'azzurro sfuma, mormoran gli alti vertici ondeggianti Ave Maria.

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