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1835–1907

XXII

Giosue Carducci

itte, zitte! Che è questo frastuono Al lume de la luna? Oche del Campidoglio, zitte! Io sono L'Italia grande e una.

Vengo di notte perché il dottor Lanza Teme i colpi di sole: Ei vuol tener la debita osservanza In certi passi, e vuole

Che non si sbracci in Roma da signore Oltre certi cancelli: Deh, non fate, oche mie, tanto rumore, Che non senta Antonelli.

Fate più chiasso voi, che i fondatori De la prosa borghese, Paulo il forte ed Edmondo da i languori Il capitan cortese.

Qua, qua, qua. Che volete voi? Chiamate Il fratel Bertoldino O Bernardino? Ei cova, ei ponza, il vate, Lo stil nuovo latino.

S'ell'è per Brenno, o paperi, sprecata È omai la guardia. Brava Io fui tanto e sottil, che sono entrata Quand'egli se ne andava.

Sì, sì, portavo il sacco a gli zuavi E battevo le mani Ieri a' Turcòs: oggi i miei bimbi gravi Si vestono da ulani.

Al cappellino, o a l'elmo, in ginocchione Sempre: ma lesta e scaltra Scoto la polve di un'adorazione Per cominciarne un'altra.

Così da piede a piè figlia di Roma I miei baci io trascino, E giù nel fango la turrita chioma Con l'astro annesso inchino

Per raccattar quel che sventura o noia Altrui mi lascia andare. Così la eredità vecchia di Troia Potei raccapezzare

A frusto a frusto, via tra una pedata E l'altra, su bel bello: Il sangue non è acqua; e m'ha educata Nicolò Machiavello.

Ora, se date il passo a la gran madre, Oche, io vo in Campidoglio. Cittadino roman vo' fare il padre Cristoforo; e mi voglio

Cingere i lombi di valore, e torte In rassegnazione, Oche, io voglio soffrir sino a la morte Per la mia salvazione.

Voglio soffrire i Taicùn e i Lami, E il talamo e la culla Aurea de' muli, e le contate fami, E i motti del Fanfulla.

Vo' alloggiar co 'l possibile decoro La gloria del Cialdini, Cantar l'idillio de l'età de l'oro Di Saturno Bombrini;

E vo' l'umiltà mia gualdrappare Di stil manzoniano, E recitar l'uffizio militare D'Edmondo il capitano

Per non cader in tentazion. La prosa Di Paulo Fambri, il grosso Voltèr de le lagune, è spiritosa Troppo per il mio dosso:

Gli analfabeti miei, che la lettura Di poco han superato, Preferiscon d'assai la dicitura Più svelta del cognato.

E così d'anno in anno, e di ministro In ministro, io mi scarco Del centro destro su 'l centro sinistro, E 'l mio lunario sbarco:

Fin che il Sella un bel giorno, al fin del mese, Dato un calcio a la cassa, Venda a un lord archeologo inglese L'augusta mia carcassa.

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