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1835–1907

XVII

Giosue Carducci

Sol di settembre, tu nel cielo stai Come l'uom che i migliori anni finì E guarda triste innanzi: i dolci rai Tu stendi verso i nubilosi dì.

Mesto è sereno, limpido e profondo, Per l'ampia terra il tuo sorriso va: Tu maturi su i colli il vino, e al mondo Riporti i fasti de la libertà.

Mescete, o amici, il vino. Il vin fremente Scuota da i molli nervi ogni torpor, Purghi le nubi de l'afflitta mente, Affoghi il tedio accidioso in cor.

Vino e ferro vogl'io come a' begli anni Alceo chiedea nel cantico immortal: Il ferro per uccidere i tiranni, Il vin per festeggiarne il funeral.

Ma il ferro e il bronzo è de' tiranni in mano; E Kant aguzza con la sua il fredd'ago del fucil prussiano, Korner strascica il bavaro cannon.

Cavalca intorno a l'avel tuo, Voltèro, Il diletto di Dio Guglielmo re, Che porta sopra l'elmo il sacro impero, Sotto l'usbergo la crociata fé,

E ne la man che in pace tra il sacrato Calice ed il boccal pia tentennò Porta l'acciar che feudal soldato Ne le stragi badesi addottrinò,

E crolla eretta al ciel la bianca testa... O repubblica antica, ov'è il tuo tuon? Il cavallo del re, senti, ti pesta, E dormi ne la tua polve, o Danton?

Mescete vino e oblio. La morta gente, O epigoni, fra noi non torna più! Il turbin ne la voce e nel possente Braccio egli avea la muscolar virtù

Del popol tutto. Oh, il dì più non ritorna Ch'ei tauro immane le strambe spezzò, E mugghiò ne l'arena, e su le corna I regi i preti e gli stranier portò!

Mescete vino, amici. E sprizzò allora Da i cavi di Marat occhi un balen Di riso: ei sollevò da l'antro fuora La terribile fronte al dì seren.

Matura ei custodìa nel sen profondo L'onta di venti secoli e il terror: Quanto di più feroce e di più immondo Patîr le plebi a lui stagnava in cor.

Le stragi sotto il sol disseminate, I martìr d'ogni sesso e d'ogni età, I corpi infranti e l'alme violate E le stalle del conte d'Artoà,

Tutto ei sentia presente: il sanguinoso Occhio rotava in quel vivente orror, E chiedea con funèbre urlo angoscioso Mille vendette ed un vendicator.

De l'odio e del dolor l'esperimento Il cor gli ottuse e il senso gli acuì: Ei fiutò come un cane il tradimento, E come tigre ferita ruggì.

Ma quel che su da l'avvenir salia D'orror fremito udì Massimilian, E come falciator per la sua via, L'occhio ebbe al cielo ed al lavor la man.

De' solchi pareggiati in su 'l confino Il turbine vi attende, o mietitor: O mietitori foschi del destino, Non fornirete voi l'atro lavor.

Maledetto sia tu per ogni etade, O del reo termidor decimo sol! Tu sanguigno ti affacci, e fredda cade La bionda testa di Saint–Just al suol.

Maledetto sia tu da quante sparte Famiglie umane ancor piegansi a i re! Tu suscitasti in Francia il Bonaparte, Tu spegnesti ne i cor virtude e fé.

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