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1835–1907

XLVII

Giosue Carducci

O nata quando su la mia povera casa passava come uccel profugo la speranza, e io disdegnoso battea le porte de l'avvenire;

or che il piè saldo fermai su 'l termine cui combattendo valsi raggiungere e rauchi squittiscon da torno i pappagalli lusingatori;

tu mia colomba t'involi, trepida il nuovo nido voli a contessere oltre Apennino, nel nativo aere dolce de' colli tóschi.

Va' con l'amore, va' con la gioia, va' con la fede candida. L'umide pupille fise a vel fuggente, la mia Camena tace e ripensa.

Ripensa i giorni quando tu parvola coglievi fiori sotto le acacie, ed ella reggendoti a mano fantasmi e forme spiava in cielo.

Ripensa i giorni quando a la morbida tua chioma intorno rogge strisciavano le strofe contro a gli oligarchi librate e al vulgo vile d'Italia.

E tu crescevi pensosa vergine, quand'ella prese d'assalto intrepida i clivi de l'arte e piantovvi la sua bandiera garibaldina.

Riguarda, e pensa. De gli anni il tramite teco fia dolce forse ritessere, e risognare i cari sogni nel blando riso de' figli tuoi?

O forse meglio giova combattere fino a che l'ora sacra richiamine? Allora, o mia figlia, —nessuna me Beatrice ne' cieli attende—

allora al passo che Omero ellenico e il cristiano Dante passarono mi scorga il tuo sguardo soave, la nota voce tua m'accompagni.

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