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1835–1907

XLII

Giosue Carducci

Solenni in vetta a Monte Mario stanno nel luminoso cheto aere i cipressi, e scorrer muto per i grigi campi mirano il Tebro,

mirano al basso nel silenzio Roma stendersi, e, in atto di pastor gigante su grande armento vigile, davanti sorger San Pietro.

Mescete in vetta al luminoso colle, mescete, amici, il biondo vino, e il sole vi si rinfranga: sorridete, o belle: diman morremo.

Lalage, intatto a l'odorato bosco lascia l'alloro che si gloria eterno, o a te passando per la bruna chioma splenda minore.

A me tra 'l verso che pensoso vola venga l'allegra coppa ed il soave fior de la rosa che fugace il verno consola e muore.

Diman morremo, come ier moriro quelli che amammo: via da le memorie, via da gli affetti, tenui ombre lievi dilegueremo.

Morremo; e sempre faticosa intorno de l'almo sole volgerà la terra, mille sprizzando ad ogni istante vite come scintille;

vite in cui nuovi fremeranno amori, vite che a pugna nuove fremeranno, e a nuovi numi canteranno gl'inni de l'avvenire.

E voi non nati, a le cui man la face verrà che scórse da le nostre, e voi disparirete, radiose schiere, ne l'infinito.

Addio, tu madre del pensier mio breve, terra, e de l'alma fuggitiva! quanta d'intorno al sole aggirerai perenne gloria e dolore!

fin che ristretta sotto l'equatore dietro i richiami del calor fuggente l'estenuata prole abbia una sola femina, un uomo,

che ritti in mezzo a' ruderi de' monti, tra i morti boschi, lividi, con gli occhi vitrei te veggan su l'immane ghiaccia, sole, calare.

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