Skip to content
1835–1907

XIV

Giosue Carducci

— Duro, marchese, allor che de la vita L'arco piega e il pensiero in su le bianche Urne de' padri si raccoglie intorno A i templi noti, oh duro allor, marchese

Malaspina, lasciar la patria! A cui Rida nel core e ne le forti membra La giovinezza, è un'avventura, un gioco De la vita che s'apre a nuovi casi,

Con l'esilio mutar le dolci soglie De la magion de' padri suoi. Ma io Non vedrò più da l'Apparita al piano La mia città fiorente; ahi lasso, e lunghi

Corron due lustri omai che aspetto e piango! Come serena tra le negre torri S'inalza e quanto già de l'aer piglia Santa Maria del Fiore! Io la mirava

Da' lieti colli ove lasciai me stesso, E tutta a gli occhi s'affacciava l'alma, Allor che il magno imperador s'assise A Firenze con l'oste. Ed io 'l seguiva,

E rividi la mia villa diserta Da Carlo di Valese; e i luoghi usati Io non conobbi più, né me conobbe La nuova gente. Ora il cortese il giusto

Il magnanimo Arrigo è morto; e giace Tutta con lui de gli esuli la speme. — Tal parlava Sennuccio, un de gli usciti Cittadin bianchi di Firenze, in rima

Dicitore leggiadro; e fosco in tanto Battea la ròcca di Mulazzo il nembo, E la tristezza del morente autunno Umida e grigia empiea le vaste sale

Di Franceschino Malaspina. Acuta Guaiva a' tuoni una levriera, e il capo Arguto distendea, l'occhio vibrando Dardeggiante e le orecchie erte, a le verdi

Gonne de l'alta marchesana. A lei D'ambo i lati sedean donne e donzelle, Fior di beltà, fior di guerresche altiere Ghibelline prosapie. E di rincontro

Ardendo in mezzo d'odorata selva Il focolar, tu dritto in piedi tutta Ergei la testa su i minor baroni, Caro a gli esuli e a' vati, o Malaspina.

Posava in pugno al cavaliere un bello Astor maniero, e, quando varia al vento Saltellante la grandine picchiava Le vetrate e imbiancava il fuggitivo

Balen le appese a' muri armi corusche, Ei l'ale dibatteva, il serpentino Collo snodando, e uno stridor mettea Rauco di gioia: ardeagli nel grifagno

Occhio l'amor de le apuane cime Natie, libere: ardea, nobile augello, In tra i folgori a vol tendere su' nembi. E fiso un paggio lo guatava, a' piedi

Seduto del signor: fuggìasi anch'esso In su l'ale de' venti co 'l desio Fuor de la sala, e valicava i monti Da l'insana procella esercitati

E le selve grondanti, e tra 'l tonante Romor de le lontane acque lo scroscio Del fiume ei distinguea cui siede a specchio La capanna di sua madre vassalla.

Ma non al paggio né a l'astor, trastullo De gli ozi suoi, volgeva occhio il barone, Sì atteso egli pendea da la soave Loquela di Sennuccio, e sì 'l tenea

D'un compagno di lui l'alta sembianza, Di Gualfredo Ubaldini. E, poi che tacque Sennuccio, il pro' marchese incominciava: — Deh come par che il cielo anco s'attristi

E pianga di Toscana in su le soglie, Quando un poeta si dilunga! O cieca E diserta Firenze, or che ti resta Altro che frati e bottegai! Le vie

De l'esiglio fioriscono d'allori A' poeti raminghi, e loro è d'ombre E di corone larga ogni cittade Ogni castello. Oh, quando abbiavi il dolce

Paese di Provenza e voi ristori Cortesia di signor beltà di donne, Non v'incresca, per dio, di questa Italia Vedova trista, ch'ognor più dimagra

E di buoni e di ben. Ma, se spiacente Il castel di Mulazzo e 'l castellano A voi non parve, se mercé d'amore Vinca l'ambascia de la dura via,

Non vorrete, Sennuccio, or consolarne D'un amoroso canto? — E pur tacendo Il marchese chiedeva: un mormorio D'assenso di preghiere e d'aspettanza

Levossi intorno. S'inchinò il poeta, E — Tristi — disse — fian le rime, quali Nostra fortuna le richiede e 'l tempo. — Disse: e intonava pietoso il canto.

«Amor mi sforza di dover cantare E lamentare — in questa ballatetta. Angela venne de la terza spera Qui dove l'aer verna, e chiuse il volo:

Poi, tutta accesa in quella luce mera Che arde là sovra del nostro polo, In vista umana patìa noia e duolo Conversando tra noi quest'angeletta.

Ove spirava l'aura gentile, Sùbito amore possedea quel loco: Ivi ridea novellamente aprile E vampava ne l'aere un dolce foco:

Ma distringeva i cuori a poco a poco Quasi una pena, e dolce era la stretta. Ognun diceva — Ov'ella gli occhi gira, Ed ivi tosto ogni virtù è fiorita,

Cade ogni mal volere e fugge l'ira, E dolce s'incomincia a far la vita: A lei d'intorno a gran diletto unita La gente per valer sua voce aspetta. —

A più alto sperar n'era argomento Il riso bel ch'io non saprei ridire. Io conto il ver: la voce era un concento Di lontane armonie, di strane lire,

E retro la memoria facea gire Ad una vita che ne fu disdetta. Miracolo a veder sua gran vaghezza Facea del cielo ragionare altrui.

— Ecco, io vi mostro di quella dolcezza Che tutto adempie il regno d'ond'io fui — Queste parole eran ne gli occhi sui; Pur chini li tenea la verginetta.

Mi fe' pensoso di paura forte Il portamento suo celestiale. M'indusser gli occhi a desiar la morte Ne la lor pace che non è mortale:

Ma poi, temendo non mettesse l'ale, Dissi, com'uom in cui desir s'affretta: — Se ben si pare a le fattezze tue, Tu fusti nata in cielo a l'armonia;

E mi fai rimembrar Psiche qual fue Quando sposa d'Amor tra i numi uscia. Tardi ritorna a la spera natia! Donami ch'io t'adori, o forma eletta! —

Così le dissi ne' sospiri. Ed ella De gli occhi suoi levar mi fece dono, Ahi quanto vagamente! E ne la bella Vista divenni altr'uom da quel ch'io sono:

Visibilmente Amor, come in suo trono, Luceva in fronte a questa pargoletta. — Piacer che move de la mia persona Conforti anco per poco i pensier tui;

Ch'i' sento quel signor che la mi dona Che a sé mi sforza; e cosa i' son da lui: Non fa per me di questi luoghi bui La stanza, e poco vostro amor mi alletta. —

Cotal suonò di quella onesta e vaga La voce pia ch'ella imparò dal cielo, Gli occhi belli avvallando; e di sé paga L'alma raggiò desio fuor di suo velo:

Tutta ella ardea di pietoso zelo Qual peregrino cui 'l tornar diletta. Ahi me, la noia del dolente esiglio Quest'angeletta mia presto ebbe stanca!

E venne meno come novo giglio Cui 'l ciel fallisce e 'l vento fresco manca. Ella posò come persona stanca, E poi se ne partì, la giovinetta.

Partissi, e si partiro una con lei Amor e poesia dal nostro mondo. Da indi in qua cercaron gli occhi miei Per giocondezza, e nulla è lor giocondo:

Sollazzo e festa per me giace in fondo: Sol chiamo il nome de la mia diletta. Ahi lasso! e, quando la stagion novella Rallegra i cori e fa pensar d'amore,

Vien ne la mente mia la donna bella Che mi fu tolta; ond'io vivo in dolore. Chiamo il suo nome, e mi risponde il core: Lasso, che cerchi? altrove ella è perfetta”.

Così cantò Sennuccio: e gran pietate De le donne gentili i petti strinse; E dolorosa un'ombra in su le fronti De' guerrieri abbronzate errava, come

Se un gran fato presente a ogn'un toccasse Le menti, e raro il favellar s'accese Su l'oscura ed estrema ora del magno Arrigo. — Al morto imperator conceda

Dio, la sua pace: a lui gloria ne' canti, Imperator de le toscane rime, Dante darà: noi la vendetta. Ancora Su le torri pisane ondeggia al vento

Il sacro segno, ed Uguccione intorno Fior di prodi v'accoglie e di speranze. Lombardia freme; e un cavalier novello, Sprezzator di riposo e di perigli,

Leva tra i due mastin l'aquila invitta. Se Dio n'aiuti, rivedrem, Sennuccio, De' guelfi il tergo; rivedrem le belle, Che ne disser piagnendo il lungo addio,

Facce d'amore. Oh, di Mugel selvoso Ne le dolci castella una m'aspetta; E di memorie io vivo e di speranza. Liete rime troviam. Reca, o fanciullo,

Qua la mandòla; se di Cino usata E di Dante a gli accordi, essa e la bella Marchesa Malaspina il canto accolga. — Così disse Gualfredo. A lui l'azzurro

Occhio splendea come l'acciar de l'else; E su 'l verde mantel di sotto al tòcco Bianco e vermiglio gli piovea la bionda Giovenil capelliera a mo' di nube

Aurea che attinge da l'occiduo sole Le tue valli non tcche, ermo Apennino. D'un molle riso gli assentì la dama Donnescamente; e recò destro il paggio

La dipinta mandòla. In su le quattro Fila correan del cavalier le dita, Piane, lente, soavi; e poi di tratto Rapide flagellando risonaro.

Come pioggia d'aprile a la campagna, Che bacia i fiori e su le larghe fronde Crepita: ride tra le nubi il sole E ne le gocce pendole si frange;

Getta odore la terra; l'ali bagna La passeretta, al ciel levasi e trilla: Tal di Gualfredo il suono era ed il canto. Chi renderlo potrebbe oggi che fede

Non tien la lingua a l'abondante core? «Luce d'amore che 'l mio cor saluta E intelligenza e vita entro vi cria Move dal riso de la donna mia.

I' dico che giacea l'anima stanca In su la soglia de la vita nova, Qual peregrino a cui la forza manca E vento greve il batte e fredda piova,

Che vinto cade, e lontan pur gli giova Mirar la terra dolce che il nutria. Così l'anima trista si smarriva Abbandonata de la sua virtute,

E il caro tempo giovenil fuggiva, E tutte cose intorno erano mute: Ma a confortarla di fresca virtute Una beata vision venìa.

Fanciulla io vidi di gentil bellezza Creata con desio nel paradiso: Luceva la sua gaia giovinezza Nel piacimento del sereno viso,

E tutta la persona era un sorriso E ogni atto ed ogni accento un'armonia. La bruna luce de' begli occhi onesti E la dolcezza del guardo d'amore

Svegliò gli spirti che dormiano, e questi Gridaron forte su 'l distrutto core; Che levò e disse — L'anima che more Ne le tue man commetto, angela pia.

Vedi la vita mia com'ella è forte, Come ha già da vicin l'ultime strida. O donna, io giaccio in signoria di morte, E la poca virtute omai si sfida;

Se non che uno splendor novo l'affida Ch'or mi s'offerse, e di tua vista uscia. — Ella nel suon de i dolorosi accenti Rivolse gli occhi de la sua mercede,

E co' guardi tenaci umidi e lenti Diemmi d'amore intendimento e fede: Quindi un novo desio nel cor mi siede, Quanto mutato, oh dio!, da quel di pria.

Ché Amore io vidi ne l'aperto giorno Gloriar come re ch'è trionfante, E gioia e luce e chiaritade intorno Ed una pace che non ha sembiante:

Egli si pose in quelle luci sante, Com'angel contemplando arde e s'indìa. Da indi in qua sonare odo per l'etra Una soave melodia novella,

Come da ignoti elisi aura di cetra, Come armonia di più felice stella; E sempre questa creatura bella D'amor mi parla ne la fantasia.

D'amor mi parla ogni creata cosa, E il cielo aperto e la foresta bruna, E la verde campagna dilettosa, E gli silenzi de la bianca luna;

E d'ogni aspetto in cor mi si rauna Un'alta voluttà che mi disvia. Cotal si ruppe quel gelato smalto In che il cuor si chiudea per fatal danno:

Quindi d'amarla in me stesso m'esalto, Quindi per gloria e per virtù m'affanno, Che se durasse il mio vitale inganno, Altro lo spirto mio non chiederia.

Lungi io me 'n vo. Ma per paese strano, Per vaga donna o per gentil signore, Non fia che scordi il bel sembiante umano Non fia che scordi il mio solingo amore,

La terra dove s'apre il bianco fiore, Dove regna virtude e cortesia. Deh la rivegga! E il riso desiato Ogni nero pensier del cor mi cacci;

E, quando sienmi contro il mondo e il fato, Mi trabocchi nel seno ella e m'abbracci. Ben io constretto in que' soavi lacci Torrò sicuro ogni fortuna ria”.

Così cantò Gualfredo: e da i vermigli Labbri de le fanciulle a lui volaro I desideri e i baci, qual da' fiori Belle, carche di miele, api ronzanti.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
XIV · Giosue Carducci · Poetry Cove