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1835–1907

XCVIII

Giosue Carducci

Leva le tende, e stimola La fuga de i cavalli; Torna a le pigre valli Che il verno scolorò!

Via! su le torri italiche L'antico astro s'accende: Leva, o stranier, le tende! Il regno tuo cessò.

Amor de' nostri martiri, De i savi e de' poeti, Da i santi sepolcreti La nuova Italia uscì:

Uscì fiera viragine De le battaglie al suono, E la procella e 'l tuono Su 'l capo a lei ruggì

Levò lo sguardo; e splendida Su 'l combattuto lido Mandò a' suoi figli un grido Tra l'alpe infida e 'l mar:

E di ridesti popoli Fremon le valli e i monti, E su l'erette fronti Un sangue e un'alma appar.

Già più non grava i liberi Viltà di cor le ciglia: Siam l'itala famiglia Cui Roma il segno diè.

La forte Emilia abbracciasi A la gentil Toscana: Legnano e Gavinana Sola una patria or è.

L'ombre de' padri sorgono Raggianti in su gli avelli; Il sangue de' fratelli Da' campi al ciel fumò.

Già sotto il piede austriaco Bolle lampeggia e splende: Leva, o stranier, le tende: Il regno tuo cessò.

Piena di fati un'aura Da i roman colli move; La terra e il ciel commove Le tombe e le città.

In ogni zolla, o barbaro, A te una pugna attesta L'antica età ridesta Con la novella età.

Vedi: Crescenzio i tumuli Schiude nel suol latino: Levato in piè Arduino Incalza il nuovo Otton.

T'incalza il sasso ligure, La siciliana squilla; E Procida e Balilla Accende la tenzon.

Ecco: Ferruccio l'impeto Ed il furor prepara: Lo stuol di Montanara Intorno a lui si tien.

Ne i dolor lunghi pallido Ecco il sabaudo Alberto: Gittato ha il manto e 'l serto, Sol con la spada ei vien.

A' varchi infidi cacciano I tuoi destrieri aneli Poerio con Mameli, Manara e Rossarol.

Nero vestiti affrontano Te del Carroccio i forti. Tornano i nostri morti. Tornano a' rai del sol.

De i vecchi e nuovi martiri La voce si diffonde, E un grido sol risponde L'Arno la Dora il Po.

Sola una mente e un'anima Tutta l'Italia accende: Leva, o stranier, le tende! Il regno tuo cessò.

E tu, signor de' liberi, Re de l'Italia armato, Ne i voti del senato, Ne 'l grido popolar,

Sorgi, Vittorio: a l'ultima Gloria de' regi ascendi; Al popolo distendi La mano, ed a l'acciar.

T'accomandiamo i pubblici Diritti e le fortune, I talami e le cune, Le tombe de' maggior:

Vieni, invocato gaudio A i tardi occhi de' padri, Speranza de le madri, De' baldi figli amor.

Vieni: anche i nostri parvoli A fausti dì crescenti Te con i dubbi accenti Chiaman d'Italia re.

Assai splendesti folgore Ne' sanguinosi campi, E de la pugna i lampi Arsero intorno a te.

Vieni, guerriero e principe, Tra 'l popolar desio: Teco è l'Italia e Dio: Chi contro te starà?

Dio pose te segnacolo D'una fatal vendetta: Teco l'Italia affretta A la promessa età.

Straniero, a le tue vergini Gran lutto allor sovrasta: Gitta la spada e l'asta: Dio gli oppressor fiaccò.

De la vendetta il fulmine Già l'ale infiamma, e scende. Leva, o stranier, le tende! Il regno tuo cessò.

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