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1835–1907

XCIV

Giosue Carducci

Evoe, Lieo: tu gli animi Apri, e la speme accendi. Evoe, Lieo: ne' calici Fuma, gorgoglia e splendi.

Tenti le noie assidue Co' vin d'ogni terreno E l'irrompente nausea Freni con l'acre Reno

Chi ne le cene pallide Cambia le genti e merca E da i traditi popoli Oro ed infamia cerca:

A noi conforti l'anime Pur contro a' fati pronte Il vin de' colli italici Ove regnò Tarconte.

Un morbo rio cui niegano Le mie camene il nome Pasce le membra d'Ampelo E le fiorenti chiome,

Ed ei sparso di rigido Livor la bella faccia Al tuo gran nume supplica Pur con le inferme braccia.

In van: tu sdegni, o Libero, Che a' temperati ardori La dolce per i barbari De l'uve ambra s'indori;

E, quando il marte austriaco Su' colli tuoi gavazza Tu sfrondi i lieti pampini, Tu frangi al suol la tazza.

Nato al sorriso limpido De le pelasghe forme, I tetri ceffi abomini E le ferine torme.

Deh risorridi e fausto A la vendemmia scendi; Ne i bicchier nostri, o Libero, Fuma, gorgoglia e splendi.

Ne' clivi ove più prospero Il sacro arbusto alligna Non più stranier quadrupede Ti pesterà la vigna,

Non de l'ottobre splendido Tra i balli e le canzoni Mescerà lituo retico I detestati suoni.

Il re teban di vincoli Strinse il tuo fido stuolo: Tu sorridesti, e inutili Caddero i ferri al suolo.

D'estranei re da' vincoli Italia or si sprigiona: Ridi, o vendemmia; o Libero. Il mio bicchier corona.

Torni a' suoi covi squallidi La sconsolata prole. Di putri nebbie fumiga La terra in odio al sole

Che a pena guarda i poveri Campi e i maligni colli, Cui nieghi, o padre Libero, L'onor de' tuoi rampolli.

Ivi i giacenti spiriti D'amari succhi asperga E oblii ne' sonni torbidi De' suoi signor la verga.

A noi tu serbi i vividi Estri e gli ardor giocondi, Di civil fiamma, o Libero, A noi tu i cuori inondi;

Tu caro a lui che a' teutoni Indisse i lunghi affanni Ed al cantor lesbiaco Spavento de' tiranni.

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