Skip to content
1835–1907

XCIII

Giosue Carducci

Già levata ne gli spaldi De' castelli subalpini, Tra le selve ardue de' pini Ondeggianti a l'aquilon;

De' marchesi austeri e baldi Fiammeggiante ne i brocchieri, Quando i ferrei cavalieri Ruinaro a la tenzon;

Come bella, o argentea Croce, Splendi a gli occhi e arridi a' cuori Su 'l palagio de' Priori Ne la libera città;

Dove il secolo feroce, Posta giù l'ùnnica asprezza, Rivestì di gentilezza La romana libertà.

Vero è ben: qui non sorgesti A l'omaggio de i vassalli, Giù squillando per le valli L'alto cenno del signor;

Né tornei ferir vedesti Né d'amore adunar corti, E lodar le belle e i forti Non udisti il trovator.

Una plebe di potenti Qui giurossi al franco stato. E il barone spodestato Si raccolse tra gli artier,

Quando sursero portenti Da le sete e da le lane, E le logge popolane Vider Giano e l'Alighier.

Ma la luce che a te intorno Novamente arde e sfavilla, E da Susa fino a Scilla Trae le nostre anime a te,

Nel desio d'un più bel giorno Che, cessati i duri esigli, La gran madre unisca i figli Sotto il nome del tuo re;

Quella luce tra gli orrori De l'Italica sventura. Queste tombe e queste mura A i dì novi la serbâr.

Tal su l'urne de' maggiori A la tarda etrusca prole La favilla alma del sole I sepolcri tramandar.

Qui Alighier nel santo petto Accogliendo pria quel raggio Te nel triplice viaggio, Nova Italia, ricercò:

Tutto in faccia al gran concetto Gli fremeva il cor presago, E, di Roma l'alta imago Abbracciando, poetò.

Qui ne l'aule del senato, Qui de' rei nel duro ostello, Doloroso Machiavello Maturava il pio desir;

E a la forza ed al peccato, Che l'Italia egra tenea, Chiese aiuto a l'alta idea E de l'opera l'ardir.

Infelice! a la sua gente Si volgeva altro destino, E il buon Decio fiorentino La grand'anima gittò.

Ma il pensier del sapiente Ed il sangue del guerriero Sovra il capo a lo straniero Le viventi ire eternò.

E fu primo Burlamacchi, Dato a morte e pur non vinto, Contro il fato e Carlo Quinto Il futuro ad attestar.

Poi da' petti inermi e fiacchi Rifuggì l'altera idea Fra le tombe, onde solea Ferri e ceppi rallegrar.

Or, desio de' nostri morti, De' viventi amore e gioia, Bianca Croce di Savoia, Tu sorridi al nostro ciel.

Gloria a te, da che a' tuoi forti Filiberto aprì la strada E su i barbari la spada Levò Carlo Emmanuel!

Gloria a te quando nel grido D'una plebe combattente Tra le patrie armi lucente Te un magnanimo portò;

E per tutto il nostro lido Fin de l'Adria a la riviera Da le torri di Peschiera La vittoria folgorò!

Sacra a noi, te non avvolse La ruina di Novara: Più terribile e più cara Di memorie e di virtù,

Risorgesti: e un rege accolse In te l'italo destino, Quando ruppe a San Martino La stagion di servitù.

Chi l'ha detto che fremente Di terrore e di corruccio Qui su'l popol di Ferruccio Un d'Asburgo regnerà?

Su, stringetevi, o possente Gioventù de le legioni! Su risorgi, o Pier Capponi; Tocca i bronzi a libertà!

Il combattere fia gioia. Fia 'l morire a noi vittoria: Pugnerà con noi la gloria Ed il nome de i maggior.

E tu, Croce di Savoia, Tu fra l'armi e su le mura Spargerai fuga e paura In tra i barbari signor.

Noi, progenie non indegna Di magnanimi maggiori, Noi con l'armi e con i cuori Ci aduniamo intorno a te.

Dio ti salvi, o cara insegna, Nostro amore e nostra gioia! Bianca Croce di Savoia, Dio ti salvi! e salvi il re!

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
XCIII · Giosue Carducci · Poetry Cove