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1835–1907

VIII

Giosue Carducci

Quando ritto il doge antico Su l'antico bucentauro L'anel d'oro dava al mar, E vedeasi, al fiato amico

De la grande sposa cerula, Il crin bianco svolazzar; Sorrideva nel pensiero Ne le fronti a' padri tremuli

De' forti anni la virtù, E gittava un guardo altero, Muta, a l'onde, al cielo, a l'isole, La togata gioventù.

Ma rompea superbo un canto Da l'ignudo petto ed ispido De gli adusti remator, Ch'oggi, vivono soltanto,

Tizian, ne le tue tavole, Ignorati vincitor. Ei cantavano San Marco, I Pisan, gli Zeni, i Dandoli,

Il maggior de i Morosin; E pe' i sen lunati ad arco Lunghi gli echi minacciavano Sino al Bosforo e a l'Eussin.

Ne la patria del Goldoni Dopo il dramma lacrimevole La commedia oggi si dà: De i grandi avi i padiglioni

Son velari, onde una femmina Il mar d'Adria impalmerà. Le carezze fien modeste: Consumare il matrimonio

I due sposi non potran: Paraninfa, da Trieste L'Austria ride; e i venti illirici L'imeneo fischiando van.

Fate al Lido un po' di chiasso E su a bordo un po' di musica! Le signore hanno a danzar. Ma, per dio, sonate basso:

Qualcheduno a Lissa infracida, Che potrebbesi svegliar. Bah! qui porgono la mano Vaghe donne, a sprizzi fervidi

Lo sciampagna esulta qui. Conte Carlo di Persano, Oggi a festa i bronzi rombano: Non mancate al lieto dì.

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