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1835–1907

VIII

Giosue Carducci

Ne l'aula immensa di Lussor, su 'l capo roggio di Ramse il mistico serpente sibilò ritto e 'l vulture a sinistra volò stridendo,

e da l'immenso serapèo di Memfi, cui stanno a guardia sotto il sol candente seicento sfingi nel granito argute, Api muggìo,

quando da i verdi immobili papiri di Mareoti al livido deserto sonò, tacendo l'aure intorno, questo greco peana.

— Ecco, venimmo a salutarti, Egitto, noi figli d'Elle, con le cetre e l'aste. Tebe, dischiudi le tue cento porte ad Alesandro.

Noi radduciamo a Giove Ammone un figlio ch'ei riconosca; questo caro alunno de la Tessaglia, questa bella e fiera stirpe d'Achille.

Come odoroso laureto ondeggia a lui la chioma: la sua rosea guancia par Tempe in fiore: ha ne' grand'occhi il sole ch'a Olimpia ride:

ha de l'Egeo la radiante in viso pace diffusa; se non quanto, bianche nuvole, i sogni passanvi di gloria e poesia.

Ei de la Grecia a la vendetta balza leon da l'aspra tessala falange, sgomina carri ed elefanti, abbatte satrapi e regi.

Salve, Alessandro, in pace e in guerra iddio! A te la cetra fra le eburnee dita, a te d'argento il fulgid'arco in pugno, presente Apollo!

A te i colloqui di Stagira, i baci a te co' serti de le ionie donne, a te la coppa di Lieo spumante, a te l'Olimpo.

Lisippo in bronzo ed in colori Apelle ti tragga eterno; ti sollevi Atene, chete de' torvi demagoghi l'ire, al Partenone.

Noi ti seguiamo: il Nilo in vano occulta i dogmi e il capo a la possanza nostra: noi farem pace qui tra i numi e al mondo luce comune.

E se ti piaccia aggiogar tigri e linci, Bacco novello, noi verrem cantando, te duce, in riva al sacro Gange i sacri canti d'Omero. —

Tale il peana de gli achei sonava E il giovin duce, liberato il biondo capo da l'elmo, in fronte a la falange guardava il mare.

Guardava il mare e l'isola di Faro innanzi, a torno il libico deserto interminato: dal sudato petto l'aurea corazza

sciolse, e gittolla splendida nel piano: —Come la mia macedone corazza stia nel deserto e a' barbari ed a gli anni regga Alessandria.—

Disse; ed i solchi a le nascenti mura ei disegnava per ottanta stadi, bianco spargendo su le flave arene fior di farina.

Tale il nipote del Pelìde estrusse la sua cittade; e Faro, inclito nome di luce al mondo, illuminò le vie d'Africa e d'Asia.

E non il flutto del deserto urtante e non la fuga de i barbarici anni valse a domare quella balda figlia del greco eroe.

Alacre, industre, a la sua terza vita ella sorgea, sollecitando i fati, qual la vedesti, o pellegrin poeta, ammiratore,

quando fuggendo la incombente notte di tirannia, pien d'inni il caldo ingegno ivi chiedendo libertade e luce a l'oriente,

e su le tombe di turbanti insculte star la colonna di Pompeo vedesti come la forza del pensier latino su 'l torbid'evo.

Deh, le speranze de l'Egitto e i vanti nel tuo volume vivano, o poeta! Oggi Tifone l'ire del deserto agita e spira.

Sepolto Osiri, il latratore Anubi morde a i calcagni la fuggente Europa, e avanti chiama i bestiali numi a le vendette.

Ahi vecchia Europa, che su 'l mondo spargi l'irrequieta debolezza tua, come la triste fisa a l'oriente sfinge sorride!

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