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1835–1907

VII

Giosue Carducci

A te, sciolto da' languidi Tedi lo spirto, e anelo Del vital aere al fremito Ed a l'effuso cielo,

Sorge: dal cuor rimormora L'aura de' canti, inclita donna, a te; A cui ne' tcchi rapidi D'animator pennello

E ne' frenati numeri La memore del bello Idea sorride e tenero Senso e del bene l'operosa fé.

O desta a i forti palpiti Che viltà preme in noi, Nata a i concilii splendidi De i vati e de gli eroi,

Salve, Eloisa, armonica D'altre genti figliuola e d'altre età! Perché tra i vecchi popoli Venisti e a gli anni tardi,

Quando gli eroi si assoldano, Spengonsi i vati e i bardi, E si scelera l'ultimo De l'oscurato ciel raggio, beltà?

Altr'aer ed altro secolo L'attea Corinna accolse; E, quando ella da' rosei Labbri il canto devolse,

Tutto pendeva un popolo Da l'ardente fanciulla affisa al ciel. Fremea sotto la cetera L'onda alterna del petto:

Da le forme virginee Ineffabil diletto Spirava; ma le lacrime Splendido a' folgoranti occhi eran vel.

Stupian mirando i prìncipi E i figli de gli Achei Poggiati a' colli madidi De' corridori elei:

Cantava l'alta vergine La sua patria, i suoi dèi, la libertà. Ed oblioso Pindaro De la ceduta palma

Parea per gli occhi effondere Il sorriso de l'alma, Rimembrando Eleuteria Che tra i popoli salvi inneggia e va.

Ma ben, come da sùbita Procella esercitate, Le selve atre germaniche Suonâr, se a l'adunate

Plebi i cruenti oracoli Apria Vellèda e de le pugne il dì. Tra l'erme ombre de' larici, Da la luna e dal vento

Rotte, la vergin pallida In nero vestimento Alta levossi, a gli omeri Lenta il crin biondo onde null'uom gioì.

E cantò guerre, orribili Guerre; e a la cena immonda Convitò i lupi e l'aquile; E tepefatta l'onda

De' freddi fiumi scendere Vide tarda fra i corpi al negro mar. Lungo andò allor per l'aere Rombo da i tcchi scudi:

Precipitâr da' plaustri Le madri, e con l'ignudi Petti la pugna accesero O ululando le marse aste affrontâr.

Ahi, dov'è pompa inutile Al vivere civile La donna, ivi non ornasi Il costume virile

Di forza e verecondia, E turpe incombe a' gravi spirti amor. Ma tu, Eloisa, l'agile Estro di Suli a i monti

Invia, dove più gelide Mormoran l'aure e i fonti, E molce i petti liberi Canto d'augelli e balsamo di fior;

E dinne la bellissima Sposa d'eroi Zavella, Che pur con l'una stringesi Il nato a la mammella,

Con l'altra mano fulmina L'oste premente e gli orridi bassà. De le polone femmine Ridinne i canti amari,

Che di lor vene tingono I supplicati altari O chieggono a la Vistola Tra cotanta di spade impunità

Gli spenti figli. O candido Stuolo, lamenta e muori, In fin che basta il ferreo Tempo de gli oppressori,

E pur cadendo mormora — No, che la patria mia morta non è. — Già la rivolta affrettasi Fosca di villa in villa,

Turbina il vento ed agita L'animatrice squilla, E il nuovo carme a' liberi Popoli suona su i caduti re.

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