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1835–1907

VII

Giosue Carducci

Roma, ne l'aer tuo lancio l'anima altera volante: accogli, o Roma, e avvolgi l'anima mia di luce. Non curioso a te de le cose piccole io vengo: chi le farfalle cerca sotto l'arco di Tito?

Che importa a me se l'irto spettral vinattier di Stradella mesce in Montecitorio celie allobroghe e ambagi? e se il lungi operoso tessitor di Biella s'impiglia, ragno attirante in vano, dentro le reti sue?

Cingimi, o Roma, d'azzurro, di sole m'illumina, o Roma: raggia divino il sole pe' larghi azzurri tuoi. Ei benedice al fosco Vaticano, al bel Quirinale, al vecchio Capitolio santo fra le ruine;

e tu da i sette colli protendi, o Roma, le braccia a l'amor che diffuso splende per l'aure chete. Oh talamo grande, solitudini de la Campagna! e tu Soratte grigio, testimone in eterno!

Monti d'Alba, cantate sorridenti l'epitalamio; Tuscolo verde, canta; canta, irrigua Tivoli; mentr'io dal Gianicolo ammiro l'imagin de l'urbe, nave immensa lanciata vèr l'impero del mondo.

O nave che attingi con la poppa l'alto infinito varca a' misteriosi lidi l'anima mia. Ne' crepuscoli a sera di gemmeo candore fulgenti tranquillamente lunghi su la Flaminia via,

l'ora suprema calando con tacita ala mi sfiori la fronte, e ignoto io passi ne la serena pace; passi a i concilii de l'ombre, rivegga li spiriti magni de i padri conversanti lungh'esso il fiume sacro.

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