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1835–1907

LXXXII

Giosue Carducci

Non perché da' Sabaudi a la marina Stendi lo scettro de l'avito impero Su 'l Po regale e il Tanaro sonante, Non perché a' cenni tuoi leva ed inchina

Il subalpino popolo guerriero I liberi vessilli a te davante; Ma perché figlio amante Sei de l'antica madre in ch'io mi vanto,

Al tuo conspetto il pianto Di costei reco, onde su l'empie squadre Già spronasti il cavallo a lato al padre. Or drizza il guardo a valle; or vedi, o sire!

Dal pian cui parte l'Eridàno e irriga, De la grande cacciata glorioso; Da le lagune ove il sublime ardire La strana signoria lenta castiga,

Onde il vecchio leon freme cruccioso; Dal prisco suol famoso Che sacro ha il nome più fra Tebro ed Arno; E dove Liri e Sarno

A bestial tirannia nutron le prede; Tende le braccia Italia e pietà chiede. Pietà de la gran donna, o cavaliere, O rege, o figlio! In forza altrui condotta

Questa dolente il suo Cesare chiama: Mille stannole attorno ombre severe Ch'han la persona di più punte rotta E guardan pure in te con muta brama.

Cotal già sovra Rama Suonava il pianto di Rachel cattiva, Che de' suoi figli priva, Poi ch'eran morti, non volea conforto,

In fin che Giuda a la vendetta è sorto. Attendi, attendi. Un suon profondo e lento Rimugge da la valle e in alto spira, E si fa tuono che a l'intorno romba:

Par d'acque molte rumoreggiamento, Quando il bosco al vicin nembo s'adira E il vorticoso Borea giù piomba. Non è rumor di tomba:

E l'itala minaccia a lo straniero; È fremito guerriero, Che cresce co 'l romor de le procelle, E i regi e l'armi avvolve e i troni svelle;

È grido atroce di calcata plebe Che sorge contro la ragion de' forti E il pio sdegno e le sante ire raguna. A te commette le paterne glebe,

A te le invendicate ossa de' morti, A te i vóti e la speme e la fortuna, E i talami e la cuna De' pargoletti e il maternal desio.

Deh non cresca, per dio, Sotto i regni di barbaro soldato Chi d'italica donna italo è nato! Corser due lustri che cruenta al suolo

Gittando Alberto l'itala corona Ostia sé diede a l'ira alta de' cieli: Rinnovellata a la ragion del duolo Crebbe altra gente, e l'itala matrona

Incanutì sotto i funerei veli. Deh! quante volte aneli Dal cozio sasso protendean lo sguardo Su 'l bel terren lombardo

Gli esuli mesti, rimembrando in vano La pia casa paterna e il dolce piano. E presso al freddo focolar sedea Barbaro sgherro, a i padri antichi in faccia

Esplorando il dolor l'ansia la speme: Vile! e a le mute lacrime irridea; E co 'l ferro e lo scherno e la minaccia, Volerne servi e miseri e partiti!

Vile!, l'ira premea che inerme freme. Or non più, no! l'estreme Battaglie affretta la lombarda prole: Scintillan sotto il sole

Gli sdegni aperti, e gran fiamma seconda: Torma servile i nostri campi inonda. Io chieggo a te, de l'itale contrade Cavaliere scettrato, a te, buon figlio

Del magnanimo Alberto: Or che più cessi? Che fanno in val di Po straniere spade? E quei che Alberto spinsero a l'esiglio E a morte inconsolata, or non son essi?

Tra oppressori ed oppressi Non pace mai, ma guerra guerra guerra! Armi freme la terra, Armi i vecchi le donne i figli imbelli,

Armi i templi e le case, armi gli avelli. Ma pace a te, se nieghi a' tuoi scettrati, Stirpe d'Arminio, il braccio, e te consigli Con libertà che i popoli compose.

Noi non venimmo del bel Reno armati A predar le riviere, e non i figli Strappammo al sen de le tue bionde spose: A l'ire generose

Sorride Libertà, l'auspice dea Che su' Franchi spingea La negra caccia del tuo fier Lutzove Con suon d'inni e di spade a l'ardue prove.

Pietà vi stringa, o popoli, del duolo Ond'è sacra l'Italia e de la speme Che le disperse sue genti nutrica: Non invidiate che su 'l patrio suolo,

Suolo che ancor del nostro sangue geme, Raccolga i figli suoi la madre antica. Deh, per dio, non si dica Quest'obbrobrio di voi! de' nostri danni

Patteggiar co' tiranni! Iloti nuovi, su pe' i nostri liti, Volerne servi e miseri e partiti! Attendete e guardate. Il petto è questo

D'Italia madre, il petto ove attingeste Onda di civiltà perenne e viva: L'han macchiato Neroni empi d'incesto, L'han solcato di piaghe disoneste,

E il sangue ne gittar per ogni riva. Egra giace e mal viva La Cibele d'Europa: a lei d'intorno Nel novissimo giorno

Stanno i suoi figli, in contro a' fati oscuri Di feroce pietà forti e securi. Che se nel cor de' popoli consorti Misericordia tace, e se ne' petti

De' regi stagna un vergognoso oblio; Pe 'l supremo desir de' nostro morti, Pe 'l tacito pregar de' pargoletti, O Italiani, o fratelli, o popol mio,

Leviam! Giudichi Iddio La causa nostra a l'universo in faccia. E tu, Vittorio, abbraccia L'italica bandiera; il serto scaglia

Oltre Po, nel terren de la battaglia. Loco è in Superga, ov'ha misteri orrendi La religion di morte, ove aspettando Posan gli atavi re dentro gli avelli:

Ivi sali, o signor: la spada prendi Di Carlo Alberto, e i tuoi padri evocando Batti lo scudo de gli Emmanuelli. A quel suon, di novelli

Fremiti il ciel d'Italia ecco rintrona: Come nube che tuona E nel rovente folgore scoscende, Lungo clamor da l'alpi al mar si stende

Vapor di sangue orribilmente sale Da la fatal Novara, e l'aere invade E fuma atro su 'l mare e vela il monte: Ecco rabbia di guerra alta immortale,

E strepitar d'incalzantisi spade, E a le vendette correre Piemonte. Di rossa luce a fronte Già balena Custoza, e già la guerra

Corre l'insubre terra; E rompono feroci ogni dimora Brescia e Milano a gridar mora mora. Ma il leon di San Marco alza la testa,

E sovra i mille orribile s'avventa Tra ferro e fuoco ed urla alte e terrore Tende l'orecchio, il suon de la tempesta Napoli attinge; e già spezzò la lenta

Sbarra e le strambe del regal timore. Generoso furore Rapisce i prodi ne l'usate prove: De l'ire antiche e nove

Freme Palermo, e da la sua ruina Anche si drizza a battagliar Messina. Né tu men presto la codarda soma, Che ne la strage tua fu colorita,

Da te scuoti, o roman popolo altero. Al folgorar de la novella Roma Già tra l'are s'appiatta il re levita, E ritorna a trattar suo ministero.

Tu fra tanto il cimiero Vesti di Marte e la visiera abbassi, E la grand'asta squassi, Ricercando il nemico. E teco agogna

Tedesco sangue la viril Bologna. E noi da gl'indignati ozi riscuote Noi tósche genti la funerea voce De i giovinetti in Montanara estinti:

Quando ne le frequenti aule percuote, Taccion le danze, e in un desio feroce Taccion i vólti di pallor dipinti. O campi insubri tinti

Del sangue nostro, ancor nel dì supremo, Ancor vi rivedremo, D'ostie ferite e trionfali canti A placar le fraterne ombre aspettanti.

Su dunque, suona a l'ultima riscossa, Re sabaudo, le trombe, e giù dal monte Saettando la guerra urta il destriero. Sia del tuo brando il lampo e la percossa

Lume di vita a la gran donna in fronte E fulmine di Dio su lo straniero. Vantator menzognero, De l'armi nostre e de la gran vendetta

Senta l'orrenda stretta; E troppo Italia ancor gli sembri forte, (Quando ne' lurchi avventerà la morte). In van le scuri e le catene, in vano

Fûr gli ozi e l'ombre di cocolle e stole: Sangue latin viltà, no, non impara. O plebi di Bologna e di Milano, A cui per libertà morir non duole!

O Goito, o Pastrengo, o Montanara! O cara Brescia, o cara Venezia! deh come tu suoni acerba A chi le piaghe serba

Da Mestre e vide per la notte nera Tutta affocata folgorar Marghèra. Itali esempi fûr nel Barberino Venti giovani contro a Francia tutta

Rotti di venti colpi il seno invitto: Son nostri Rosaroll, il Morosino, Poerio, e su la mole arsa e distrutta Medici solo orribilmente dritto.

Questo è roman conflitto, Pugnato sempre e rinnovato ognora, Fin che il Cimbro dimora Nel suol di Mario, e dal carinzio chiostro

Alarico depreda il terren nostro. Ma te Mario novel le ocnee convalli Ben sentiranno, ne l'immensa clade Splendenti al cielo di più bei colori.

Esultano al passar de' tuoi cavalli L'ossa fraterne, e a le vittrici spade Il suolo di Maron cresce gli allori. Consacra i rei signori

Debite inferie a i santi aviti Mani: Poi su' colli italiani L'ombra adora di Roma, e il voto augusto Sciogli di Giulio e di Traian su 'l busto.

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