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1835–1907

LXXVII

Giosue Carducci

O che tra faggi e abeti erma su i campi Smeraldini la fredda orma si stampi Al sole del mattin puro e leggero, O che foscheggi immobile nel giorno

Morente su le sparse ville intorno A la chiesa che prega o al cimitero Che tace, o noci de la Carnia, addio! Erra tra i vostri rami il pensier mio

Sognando l'ombre d'un tempo che fu. Non paure di morti ed in congreghe Diavoli goffi con bizzarre streghe, Ma del comun la rustica virtù

Accampata a l'opaca ampia frescura Veggo ne la stagion de la pastura Dopo la messa il giorno de la festa. Il consol dice, e poste ha pria le mani

Sopra i santi segnacoli cristiani: – Ecco, io parto fra voi quella foresta D'abeti e pini ove al confin nereggia. E voi trarrete la mugghiante greggia

E la belante a quelle cime là. E voi, se l'unno o se lo slavo invade, Eccovi, o figli, l'aste, ecco le spade, Morrete per la nostra libertà. –

Un fremito d'orgoglio empieva i petti, Ergea le bionde teste; e de gli eletti In su le fronti il sol grande feriva. Ma le donne piangenti sotto i veli

Invocavan la Madre alma de' cieli. Con la man tesa il console seguiva: – Questo, al nome di Cristo e di Maria, Ordino e voglio che nel popol sia. –

A man levata il popol dicea, Sì. E le rosse giovenche di su 'l prato Vedean passare il piccolo senato, Brillando su gli abeti il mezzodì.

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