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1835–1907

LXXV

Giosue Carducci

O monna tu, ch'io non so qual tu sia Tanto se' in vista difformata e strana, Monna Clio, monna Ascrea, monna befana, O monna dal malan che Dio ti dia;

A la croce di Dio, tu se' Se t'acconci a chi vuole in su la via; E se ne mente la mitologia Che giurò su 'l candor di tua sottana.

Poi che ti presti ogni or mattina e sera A tutte voglie d'ogni razza ingordi, Tornata di regina in paltoniera; O sciagurata, fa che ti ricordi

A chi tu fosti ed a chi se' mogliera Onde per te mi fremono i precordi. Anime al ben concordi Già ti levâr d'ogni bel pregio in cima:

Or ti preme ciascun, ciascun t'adima. Non si può dir per rima Quanto sia cattivello e piccolino Questo gentame ch'ora t'ha domìno.

Qual vien ruttando il vino Sovra il tuo petto; e l'anima imbriaca Urla l'idillio, a la canzon si placa. Qui Geremia s'indraca,

E i cembali sonando in colombaia Vagisce la bestemmia, il pianto abbaia. Un altro, ecco, si sdraia Nel verso sciolto, e ci fa un voltolone,

Come somaro dentro il polverone. Ben venga il bambolone Che non iscompagnato ancor dal latte Bela, e pur con Melpomene combatte.

In van la si dibatte Tra le man del piccino: ella n'è stracca, Ed ei rimesta le tragedie a macca. Il cherichetto insacca

Pur nel tuo tempio, e sa di sagrestia E di moccoli spenti e d'eresia: Con lirica bugia Gorgoglia l'inno, e struggesi di frega

Meditando il bordello e la bottega. Ve' colui che si frega A l'epopeia, e, perché troppo è lunga, La concia sì, che al suo termine giunga.

Come par che la punga E la cincischi sí che il sangue spicci! E poi le aggiusta il parruccone a ricci. Al fin par che s'appicci

Il divin corpo al corpicciuol digiuno, E camminando son né due né uno. Iscarmigliato e bruno Or si fa oltre Gracco: il pecorino

Cuor gli tentenna come il personcino. Da l'eliso divino Inchìnati a costui, nonno Catone, Ch'ha sempre in bocca una rivoluzione.

È un repubblicanone Che ingozza prima la sua libbra buona Di mazzinianissima prosona, Poi tuona e tuona e tuona.

A udir quell'omaccino armipotente Isbigottisce la povera gente, E dice: Veramente Cotestui studia per le invenzioni

Di verseggiar le bombarde e i cannoni. In decasillaboni Egli squaderna co' profeti santi Ippopotami neri e lionfanti,

E sópravi giganti Che vanno armati di monti e montagne A imbottar nebbia per queste campagne: Ma poi grugnisce e piagne,

Quando tornato al cristian suo core S'inginocchia davanti al confessore. Deh quanto è gran dolore Del tristo punto ove condotta sei

O tósca Musa già cara a gli dèi, Da questi uomini rei Che ad ogni voglia lor buona o non buona Adoperano pur la tua persona.

Non che rotta la zona, E' t'han diserto i più gentili arredi; E infantocciata come tu ti vedi Dal capo in fino a' piedi,

Ti mandano accattando in su 'l sentiero. Ov'è il regal paludamento altiero? Or se' tu da dovero Che a l'universo descrivesti fondo

E fosti prima poesia del mondo? Or è questo il giocondo E nobil sen dal quale a' dì più tardi Si nutriva il gran cor del Leopardi?

Ah no! tu di codardi Se' madre e sposa: or ti conosco io tutta, O barattiera svergognata putta. Deh via, sudicia e brutta,

Lascia, via, di menar tanto fracasso; Uccella a' barbagianni e statti in chiasso.

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