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1835–1907

LXXV

Giosue Carducci

L'avvoltoio, o fratello, il cuor mi lania Con piaghe eterne e nuove: Pazïente fratel di Mauritania, Maledetto sia Giove!

Intorno a questo capo ove signore Siede il pensiero eterno, Intorno al sen che alberga tanto amore, Stride perpetuo verno.

Libica estate a me le membra incende. Io brucio: questa pietra Del granito, che tienmi, al sol si fende Con un tinnir di cetra.

In che peccai? La luce, etereo dono, Arrisi in cuore e in volto A l'uom: fatto ei l'avea triste e al suol prono, Il re d'Olimpo stolto.

Vil tiranno! dieci anni a faccia a faccia Gli stetti contro in guerra: Vòlto in bruto, ei fuggì da le mie braccia Tremando per la terra.

Ma io so ch'ei morrà, né per preghiere Gli apro de i fati il velo: Ond'ei del fulmin tutto dì mi fere, Il vigliacco del cielo.

Pomi a me crescon, di sue mense invidia: L'Esperidi ognor deste Guàrdanli a me: oh in vano ei me gl'insidia, Il ghiottone celeste.

Da lo scitico mare in lunghi manti Le azzurre Oceanine A me surgono, e d'inni e di compianti Mi ghirlandano il crine.

E a me danzando vengono amorose Le Pleiadi, fiorenti Mie figliuole, d'eroi feconde spose, Madri d'inclite genti.

Ferma Io la fatal fuga d'avante A me, la fera faccia Volgendo: io canto a la divina errante La gloria ch'è in sua traccia.

Cirene a me ne l'odorata sera Spande le trecce belle, E pie traverso quella chioma nera Mi rodono le stelle.

Come opposta s'incontra la corrente Che da' due poli move. Te il forte ad una voce e il sapïente Maledicono, o Giove.

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