Ove sei, ché di Delfo in van ti chieggo A' fatidici lauri e tace Delo, O re de' canti e de la luce? Eterna La giovinezza avesti, ed il più bello
Eri de' numi. A te serenatore De' templi ermi de l'etra ardea la danza De le titanie vergini, e Anfitrite Sorridea, dal divin talamo il capo
E le braccia porgendo. A te i mortali Venian con preci ed inni, o re Agieo Da la cetera d'oro, allor che Licia T'accogliea ne' suoi giochi e i patarei
Dumeti impressi dal sereno piede Fiorian di primavera, e quando in core Amor prendeati di tuffar la bionda Chioma, stupor d'Olimpo, entro il bel Csanto
O ver ne la pudica onda castalia. Allor non lutto innanzi a te; ma danze E di ninfe e d'egìpani, ma bianche Fronti di lauro inghirlandate, e vesti
Tirie ondeanti mollemente, e fiori Che salivano a nembi, e amor soavi Di verginelle candide: a le valli De' flauti il suon scendea come un sospiro.
Allor che i fiori e l'onde aveano spirto E d'amore e di duol, quando nel fiato De' zefiri esultanti a primavera Per le brune convalli o ne' mirteti
Di Citera e di Cnido almo aliava Il divin bacio d'Afrodite; errando Del lamentoso Egeo lungo la riva, Amorosa fanciulla, e i cieli e il mare
E il molto fior de' campi lacrimosa Mirando, e sospirando, invocò Saffo La deità di Venere; e presente Annunziò il nume un fremito diffuso
Per la selva odorata. Essa la diva, Con le dita d'ambrosia, essa da gli occhi Tergea de la mortal giovine il pianto; E dolce un canto le imparava: un dolce
Canto che ripetuto, ahi con un molto Ansar del petto e scintillar de gli occhi, De i neri occhi d'amore, e un batter forte De la man su le corde, iscolorava
Le fanciulle di Lesbo; entro l'affisso Sguardo venendo l'alma e ne' socchiusi Labbri a libar le voluttà promesse. Ma or né Cipri a l'egre anime accorre
Su 'l carro tratto da gli augei, né Febo La cetera del duol raffrenatrice Agita in vetta a i luminosi colli. Or solinghe le cure, or la quiete
È inerte e bruna; e sovra i monti e al piano E nel cielo e ne i cori il verno regna. O d'april nuvoletta, o ne l'aurora Luce d'amor che di cotanto riso
L'avvenir m'irraggiavi, io te ripenso, Fanciulletta d'un tempo. Oh quando i luoghi Rividi sacri da la tua presenza, E l'aere spirai che di tua voce
Le molli melodie vibrava a i sensi, L'aer che dolce che voluttuoso La persona gentil circonfluia, Oh, ti rividi ancor! trasfigurata,
Qual l'amor mio ti fece, una suprema Volta al seno ti strinsi. Ahi, nel mutato Petto agghiacciar sentii la vita; e insieme Da le braccia l'imago esil vania
Fusa per l'aure di novembre. Al core Le man portai; che, quinci dal crescente Flutto de le memorie assorto e quindi Fulminato dal ver, battea l'estremo
Irrevocabil palpito d'amore. Amore, addio, supremo inganno! addio, O pargoletto mentitor gentile! In van t'adopri: in questo cuor, ch'io creda,
Né pio né con soave impeto a forza Rientrerai. Ma cara a me ne gli anni Sarai memoria, ed onorata; e quando Dal pensiero evocata al sentimento
La tua larva risorga, un canto, o amore, Avrò ancora per te. Tal, se la luna Da le selve appennine aurea si svolve E su 'l toscano pelago viaggia
Solitaria, rifulgono al chiarore Bianco le nude arene, e lo sfrondato Bosco porge i suoi rami e si rallegra: Guata le scintillanti onde il nocchiero,
Guata la fredda alta quiete, e canta.
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