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1835–1907

LXVI.

Giosue Carducci

Quando l'aspro fratel di Cinegira Ne la sonante scena Trasse vestita d'ardue forme l'ira Che propugnò la libertade ellena,

Marte, che lui spingea tra i dardi avversi Su gl'incalzati Persi, Spirò guerra; e fremean guerra, ascoltando. Quei che operaro in Salamina il brando.

E tu vedesti, o diva Atene, i padri De' guerrier trionfati Nel futuro dolor pensosi ed adri Gemer da' figli deprecando i fati,

Neri presagi ombrar con foschi vanni Le sale de' tiranni, E da la mira vision percossa Svegliar ne l'urne ombre di regi Atossa.

Quinci il sepolto Dario a l'aure uscia Da la livida sponda, E nel pianto de' servi il rege udia La vittoria de' liberi seconda;

Udia ne' passi de la fuga volto Il figlio imbelle e stolto, E sonar alto da l'egea marina Il fragor de la persica ruina.

Deh, che fremito errò di petto in petto Quando il cacciato Serse, Gentil città d'Armodio, in tuo conspetto Narrò gli ancisi prenci e le riverse

Caterve e rotti di sua forza i nervi, E a gli ululanti servi Mostrò campate a l'infinita clade Sol la faretra e sua regal viltade!

Tale a la prole achea gli ozi felici Di canti Eschilo ornava Se l'Egeo, detestata onda a' nemici Altier de' vinti re lui rimandava.

Ma pria tra la falange ispida e vasta Infuriò con l'asta; E, come de l'Olimpo aquila o d'Ato Piomba tra 'l folgorar del cielo, armato

Cotal su i mille e mille egli irrompea Fuga spargendo e morte; Fera coppia fraterna, al fianco avea L'atroce Cinegira e Aminia il forte.

Né de le tibie flebili o del canto Ozio si fece e vanto; Ma dal funereo sasso ei Maratone Ricorda, e tace le febee corone.

Fu pugna e sfida contro i fati ardita, Fu clamor di trofei D'Eschilo l'arte; e sgorga da la vita E refluisce vita a' petti achei.

Non dispetto infingardo o steril ira Né solitudin dira Cinge il vate; ma luce ampia ma polve E frequenza di popolo l'avvolve.

Te, vate nostro, a' rei secoli dato Quando vita n'è spenta, Te premea reluttante il grave fato Giù nel silenzio a l'aer putre e lenta.

Te, non furor di libera coorte Che consacra a la morte Con quel de' regi il capo suo, né grido Di vittoria che introna il patrio lido,

Ma lamentar di giovini cadenti Su la terra pugnata E tra i cavalli barbari accorrenti Cupo fremir di libertà calcata,

Spirava. E in te nostr'ultimo dolore Alcun vendicatore S'ebbe, e de gli oppressori al gener vario Procida minacciasti, Arnaldo e Mario.

Or d'onde, o sacro veglio, è in te possanza Tal che di vivi sdegni Armi antiche memorie e la speranza A noi disfatte e mute anime insegni?

Dunque l'eterna mente ancora è pia A questa patria mia, Che pur tu duri in contro al fato ostile Cantor d'Italia a la stagion servile?

E quando più da peregrino impero L'alta regina è stretta Tu affatichi il senile estro e il pensiero Dietro l'imago de la gran vendetta?

Ben venga Mario che del gener reo Porta il roman trofeo E nel cor de' romulei nepoti Aderge le speranze e infiamma i voti!

Ché, se il figliuol d'Euforion traea Melpomene pensosa Ad inneggiar la libertade achea Sedente su lo scudo e gloriosa,

Non è lode minor, s'io ben riguardo, Or che l'uso codardo Fuor de la vita i sacri ingegni serra, Al men co'l verso guerreggiar la guerra.

Or, poi ch'altro n'è tolto, or guerra indica Da' teatri la musa; Gitti il flauto dolente, e la lorica Stringa, ed a l'aste dia la man già usa.

Quinci altera virtù ne' nuovi petti Bevano i giovinetti: Qui la virile età l'ardir prepari, E che sia patria l'util plebe impari.

E a te, che in vecchie membra alma possente I tardi ozi ne scuoti, Qual serba premio, o buon, l'età presente? Quale i figli crescenti ed i nepoti?

O petto di virtude albergo saldo, O man che scrisse Arnaldo, Chi a' miei baci vi porge? una corona A questo bianco capo oh chi la dona?

Ben io nel gaudio d'un futuro giorno, Che il ciel mi disasconde, Veggo popolo molto a un marmo intorno Incoronarlo di civili fronde:

Quel giorno appo una tomba, italo vate, Da l'alpi al fin serrate A le verdi tornando etrusche valli, Scalpiteranno gl'itali cavalli.

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