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1835–1907

LXV

Giosue Carducci

Io son, Dafne, la tua greca sorella, Che vergin bionda su 'l Peneo fuggia E verdeggiai pur ieri arbore snella Per l'Appia via.

Tra i cippi e i negri ruderi soletta Sotto il ciel triste io memore sognava D'un tumulo ignorato in su la vetta, E riguardava.

Guardava i colli ceruli del Lazio, E a l'aura che da Tivoli traea Inchinandomi i fulgidi d'Orazio Carmi dicea.

Mi udivano gli uccelli, e saltellanti Per l'aer freddo su i nudati rami A le rose ed al maggio e al sole e a i canti Facean richiami.

Ahi sempre infesti a me i poeti fûro! M'invidiò Enotrio a' sassi antichi e pii, E tra le mani del poeta duro Inaridii.

Avvolta in serto, oh, foss'io stata ombrella A la tua fronte! su la chioma nera Come esultato avrei, dolce sorella, Io verde e altera!

E ne la lingua che tra noi s'intende, China a l'orecchio puro e delicato, Gli elleni amori e l'itale leggende T'avrei cantato.

L'occhio tuo mesto a le fraterne note Sorriso avrebbe con ardor gentile, E rifiorito de le molli gote Saria l'aprile.

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