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1835–1907

LXV.

Giosue Carducci

Te, fratel, piango, e piango de la bruna Tua giornata l'occaso, che seduto Ne le stanze paterne al cor più sento. Lenta sale pe 'l freddo aere la luna,

E largamente il cielo inalba, e il muto Colle riveste e 'l nudo pian d'argento: Per li verdi oliveti infuria il vento Profondo, e intorno ogni animal si tace.

Nel riso e nel tepor di primavera, Tristo cor mio, qual era Di questi luoghi la serena pace! Qual fu a vederlo con ardor virile

Ruotare in breve giro agil destriero E disserrarlo per l'aperto campo! Gli occhi suoi mesti allor metteano un lampo, Correa co' freschi venti il suo pensiero

De l'anno e de l'età nel dolce aprile; Qualche sguardo il seguia, qualche gentile Saluto; e forse ombra invocata i rotti Sogni allietava a le virginee notti.

Lasso! ma in groppa gli sedea la cura Negra, e stridea la vision di morte Pur circa lui con fredda ombra volante; E per i lieti campi a la pianura

E i monti aprici e la foresta forte Istimolava il destriero anelante. Poi là seduto ove di fosche piante Lunga si protendea l'ombra, tacendo

La terra e l'azzurrino aer d'intorno, Co 'l bello estivo giorno Che roseo nel ponente iva morendo Pianse l'error suo vago che a l'etade

L'abbandonava; e l'anima inquieta Desiando fermò ne le supreme Paci anzi tempo. O giovinetto, e speme Niuna a te avanza altro che morte? pièta

De gli anni tuoi da le funeree strade Non ti richiama? ahi, ahi, né caritade De' pii parenti ti favella al core, Né ride al fuggitivo animo amore?

Pietà, speranza, amor, tu con feroce Voglia dal cuor che mercé pur chiamava (Deh quanta doglia fu la tua!) schiantasti; E, atteso e fermo a la funerea voce

Che il disinganno a l'anima ululava Qual vento a notte per deserti vasti Refugio a la fatale ira invocasti Unico il ferro. Oh, a chi nel raggio aurato

Vegga maligne ombre vaganti e vuoto Il divo cielo e immoto Su 'l capo faticoso urgere il fato Che al dolore a la pena al male addice

Lui de la vita incurioso e ignaro, Qua giù che resta omai? Ne l'innocente Mano il ferro adattando e lungamente Meditando amoroso il colpo amaro,

Ti sacrasti a la morte. E di felice Vita fioria natura, e la pendice Suonava a' canti e ridea 'l piano al sole, Quando dicesti l'ultime parole.

– A me luce non più, non più 'l tuo riso, O aureo sole. Io violento i fati Ecco sforzo, e rifuggo ombra sotterra. O altissima quiete ove diviso

Poserò d'ogni cura, o interminati Silenzi e pace dopo vana guerra! Pur se' gioconda a rimirare, o terra! Pur bello, o sol, sei tu! Natura in festa

Come a rege a te s'orna; e d'un concento Ineffabile io sento Spirar le selve, che 'l tuo lume desta Dolce fulgente. E tu, tu gli amorosi

Congressi illustri e la fraterna clade Miri ed aiuti, imperturbato, eguale? Ed or m'arridi in fronte, e su 'l letale Ferro che a me volente il petto invade

Serenamente il vivo raggio posi. Lusinghi tu de' primi anni gli ascosi Ricordi, e di gioir versi il desio In questo petto morituro mio?

Oh cari tempi ch'io te coruscante Vedea su 'l mare; e fremea vasta l'onda Riscintillando, e bianco ardeva il cielo! Né aspetto d'uomo od opra umana avante

Erami; ed io per entro la profonda Luce correva a l'alta vista anelo: Meco era l'error mio che un roseo velo Induceva a le cose. Oh, chi l'ha tolto

A me? chi m'ha l'infausta vita appreso? Entro il mio sangue steso Me in freddo orror per la mia man disciolto Reduce, o sol, vedrai. Fumi in conspetto

Di lei ch'è al gener nostro empia madrigna Il sangue giovenil: contaminando De' miei parenti il viso, esso il nefando Vivere attesti; e, lunge a la maligna

Forza ch'a le sue man del mondo ha stretto Il fren, su l'ale de la morte eretto Fuga lo spirto ove non più si pate E di man di tiranni a libertate.

Grave durar la vita ed a baldanza De i duri umani, io non codardo? e quello Che largo a' bruti e libero propose Natura, a l'uom chiedere in vano? A stanza

Sì vil chi mi dannò? ... Del mio novello Tempo il vigile tedio atre angosciose L'ore misura, e le future cose, Tanto ch'a imaginar disdegno e tremo,

M'affrontan mute orribilmente in vista. O lassa anima trista, O giovinezza mia stanca, morremo Qual peregrin che va per nova via

Tra genti liete ei mesto, e quelle intorno Agitan festa, ragguarda egli e passa Pur dolorando, e meraviglia lassa Di suoi sembianti, onde al cader del giorno

Di lui sospira alcuna anima pia; Tale io passo al mio fin, tale a la mia Meta son giunto. A me chi guarda? a cui Del mio passar dorrà?... Che monta? Io fui. –

Disse: e geloso custodì nel core, Nel cor vivente ei custodì la morte, Come di cara donna il primo detto: E non domestic'uso e non amore

Ne la deliberata anima forte Valse l'orma a spiar del diro affetto. Come, ahi come a te il cor bastò, l'aspetto Come ti resse, che non tinto e bianco

Del futuro destino e non in tristi Sembianti ma venisti Nel conspetto de' tuoi securo e franco? Certo, fero garzon, certo evitasti

Il riso ne' materni occhi tremante; E solitario ne la notte inferna Rifuggìasi il tuo sguardo. Ecco, e l'interna Larva già fuor di te sorge e d'avante

Sgombra le care viste e i pensier casti. Ma dal suol che di tue vene bagnasti La mente aborre, e teco dolorosa Ne la pace postrema si riposa.

Salve: o che più sereno aer tu miri Poi che di Lete infuso a le bell'acque Dal rio dormente i dolci oblii bevesti, O ver che giovinetta ombra t'aggiri

Tra i magnanimi antichi a cui non spiacque I giorni ricusare ignavi e mesti, O che tu vaghi ancor sotto i celesti Templi solingo ed a me intorno voli

Entro quest'aura che gemendo spira, Salve, o fratello, e mira I tristi giorni miei come van soli. Ben io vivrò; ché a me l'anima avvinta

Di più tenace creta ha la natura, E officio forse e carità il suade: Ma, se dal cor profondo unqua mi cade La dolce imagin tua triste e secura,

Giaccia la vita mia d'infamia cinta. Sii meco eterno; e nel tuo sangue tinta Del verso vibrerò l'alta saetta A far del mondo reo dolce vendetta.

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