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1835–1907

LXIX

Giosue Carducci

Benigno è il sol; de gli uomini al lavoro Soccorre e allegro l'ama: Per lui curva la vasta mèsse d'oro Freme e la falce chiama.

Egli alto ride al vomero che splende In tra le brune zolle Umido, mentre il bue lento discende Il risolcato colle.

Sotto il velo de' pampini i gemmanti Grappoli infiamma e indora, E a gli ebri de l'autunno ultimi canti Mesto sorride ancora.

Egli de la città fra i neri tetti Un suo raggio disvia, E a la fanciulla va che i giovinetti Dì nel lavoro oblia,

E una canzon di primavera e amore Le consiglia; a lei balza Il petto, e ne la luce il canto e il cuore, Come lodola, inalza.

Ma tu, luna, abbellir godi co 'l raggio Le ruine ed i lutti; Maturar nel fantastico viaggio Non sai né fior né frutti.

Dove la fame al buio s'addormenta, Tu per le impòste vane Entri e la svegli, a ciò che il freddo senta E pensi a la dimane.

Poi su le guglie gotiche ti adorni Di lattei languori, E civetti a' poeti perdigiorni E a' disutili amori.

Poi scendi in camposanto: ivi rinfreschi Pomposa il lume stanco, E vieni in gara con le tibie e i teschi Di baglior freddo e bianco.

Odio la faccia tua stupida e tonda, L'inamidata cotta, Monacella lasciva ed infeconda, Celeste päolotta.

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