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1835–1907

LXIV

Giosue Carducci

Gelido il vento pe' lunghi e candidi Intercolonnii ferìa, su tumuli Di garzonetti e spose Rabbrividian le rose

Sotto la pioggia, che, lenta, assidua, Sottil, da un grigio cielo di maggio Battea con faticoso Metro il piano fangoso;

Quando, percossa d'un lieve tremito, Ella il bel velo d'intorno a gli omeri Raccolto al seno avvinse E tutta a me si strinse:

Voluttuosa ne l'atto languido Tra i gotici archi, quale tra' larici Gentil palma volgente Al nativo oriente.

Guardò serena per entro i lugubri Luoghi di morte; levò la tenue Fronte, pallida e bella, Tra le floride anella

Che a l'agil collo scendendo incaute Tutta di molle fulgor la irradiano: E piovvemi nel cuore Sguardi e accenti d'amore

Lunghi, soavi, profondi: eolia Cetra non rese più dolci gemiti Mai né sì molli spirti Di Lesbo un dì tra i mirti.

Su i muti intanto marmi la serica Vesta strisciava con legger sibilo, Spargeanmi al viso i venti Le sue chiome fluenti.

Non mai le tombe sì belle apparvero A me ne i primi sogni di gloria. Oh amor, solenne e forte Come il suggel di morte!

Oh delibato fra i sospir trepidi Su i cari labri fiore de l'anima E intraviste ne' baci Interminate paci!

Oh favolosi prati d'Elisio, Pieni di cetre, ai ludi eroici E del purpureo raggio Di non fallace maggio,

Ove in disparte bisbigliando errano (Né patto umano né destin ferreo L'un da l'altra divelle) I poeti e le belle!

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