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1835–1907

LXIII.

Giosue Carducci

Perché sdegno di fati E l'ozio reo che nostre voglie ha piene Vie più ti prema, italo sangue, in basso, Né tu ti volga o guati,

Peregrin tardo e vuoto d'ogni spene, A le glorie che son sovra il tuo passo; Non è senza gl'iddii se teco in basso Luogo ancor non ruina

Ogni antica virtù: ché in te sormonta Viltade sí ch'ogni speranza è gioco. Oh, se pur sotto a' gravi pesi e a l'onta Sfavilla ancor di quel leggiadro foco

Che tutta corse un dí terra latina, Vostra mercé, petti gentili, dove Or fa nostro valor l'ultime prove. E te a la bella schiera

Il fortissimo amor fece consorte Che oprando hai mostro per sí nove guise. Deh chi potea la fiera E grande imago vendicar da morte

Di noi da ignavia rea menti conquise? Te, certo, te l'ombra divina arrise; Sí ch'eguale al subietto Tua virtú si levò. D'amor, d'iroso

Amor vampò su l'alta impresa il core. Come cred'io che al ciglio lacrimoso E a l'occhio ardente ed a l'ansar del petto Si paresse il magnanimo furore!

Ché nulla, o prode, è di tua man la bella Lode verso il pensier che in te favella O caro, a cui possente Spirò pietà di questa madre antica

E a l'opra degna carità suase! Vedi la nova gente Come a' parenti suoi fatta è nemica E deserta di sua luce rimase.

Rea servitú gli antichi spirti rase Da' cor difformi; e omai A noi disnaturar fatti siam pronti, Come turbo d'usanza avvien che spiri.

Ahi scesa giù de' mal vietati monti Pèste diversa che le menti aggiri; Per te vita n'è spenta. E nostri guai Cresce la vana gioventù superba

Che tutti i frutti suoi consuma in erba. Alto è d'amor consiglio Ritornare al primier rito civile Quel che di tanta gloria oggi ci avanza,

Sì che dal turpe esiglio Ripigli l'arte il suo cammin, gentile Confortatrice a l'itala speranza. Deh, per questa valente abbian possanza

Indurre a' cor vergogna Le imagini de' grandi in cui s'aduna Quantunque è del buon seme a' tempi nostri. Ben procurasti contro rea fortuna,

Se le dive sembianze or sí ne mostri, Ch'esciam del sonno, ove nostr'alma agogna Disdegnando e fremendo. È degno affetto Ira, sol ira, in servo italo petto.

Vittorio, e s'or ne pari Tu qui veracemente e quel tuo sdegno Che sol del ricordar ne fa sgomenti, Qual fia l'anima pari

A tanta vista e 'l ben creato ingegno Che sé da l'ira tempri e da' lamenti? Lunge, lunge di qua, spiriti lenti! Ch'ove gli affetti erranti

Fioca dan luce, ed a l'ardir sublime Che contrasta il destino uom non s'allegra; Ove contente a la quiete ed ime Giaccion le menti, e scherno ahi scherno a l'egra

Gioventute è il desio del raro e i pianti De la virtude e l'ire; ivi alta l'ombra Di morte incombe e i cuor disfatti ingombra: Tu 'l sai, che nostra terra,

Errando del tuo sdegno in compagnia, Del sacro suon di libertade empiesti; Quando venuto in guerra Di re, di plebi e di tua stirpe ria

Tanto pe 'l patrio ciel grido mettesti: Pur si stierono i lenti. Or più funesti. O spirito cortese, Ne si girano i fati; e nulla aita

Veggo a mia gente che tra via pur cade. Dunque sempre smarrita Fia dal suo corso? e in noi sempre viltade Suo soverchio userà? fien d'ozio offese

Nostre menti in eterno? e veramente Persa è la tempra di ciascun valente? Chi provvede al difetto Ch'è pur da noi? chi noi d'oblio ravvolti

Di pur rinnovellare or ne fa dono? Ecco un sacro intelletto Ascoso dir, te figurando – I volti Drizzate al ver: sorga il valor ch'è prono.

Costui che novamente io vi ridóno Alzi il cor de' sommersi; E chi muta co 'l vento e nome e lato Sgridi; e punga i ritrosi, e i lenti scota;

Sì che tornin le menti al proprio stato. Nostra compianta fama e la rimota Età ve 'n priega, e questi onde a gli avversi Chiaro fu come in su gli estremi giorni

L'itala possa sovra sé ritorni. – Pietoso! E chi d'uguali Laudi te, o buono, adornerà, che prove Sì degne mostri onde a ben far c'incore?

Segui: a' tuoi liberali Studi è fin meraviglia, e di lei muove Ogni bel senso onde più l'uom s'onore. Per lei, l'atra quiete e le brevi ore

Terrene e le fatate Pene indignando, a' vagheggiati inganni Corre nostr'alma con novelle piume, E maggior se ne fa. Deh, siegui; e gli anni

Tuoi belli ozio non vinca e rio costume, Cara nostra speranza; e d'onorate Opre giovando questa patria, al vile Sopor contrasti l'ardir tuo gentile.

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