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1835–1907

LXI

Giosue Carducci

O de' cognati e de i dispersi miti Per la selva d'Europa indagatore, Mentre tu nozze appresti e i dolci riti Affretti in cuore,

Io, dove ride al sol da l'infinito Rincrespamento del ceruleo seno E al ciel con echi mille e al breve lito Plaude il Tirreno,

E digradando giù dal colle aprico Per biancheggiante di palagi traccia La verde antica terra al glauco amico Porge le braccia,

In queste di salute aure frementi Terse le nebbie de lo spirto impure, Dato il cuore a gli amici e date a i venti Freschi le cure,

Anche una volta io qui libo a le dee Che de la mente mia seggono in cima, E t'accompagno le camene argee Con la mia rima.

Non io tinger vorrei di dotta polve A la sposa il vel bianco ed i pensieri Né schiuder quei che un'età grossa involve Grossi misteri.

Dannosa etade! Solitario mostro La morte allor su 'l cieco mondo incombe Con mille aspetti, e l'uomo esce dal chiostro Sol per le tombe.

Ne i boschi infuria e via per valli e gioghi Una danza di forme atre e maligne Ch'odiano il sole: l'orrida de' roghi Vampa le tigne.

Da l'aspre torri e dal cenobio muto, Dal folto dòmo d'irti steli inserto, Par che la vita l'ultimo saluto Mandi al deserto.

Quindi l'accidia rea ch'anco inimica La natura e lo spirto, ed impossente L'uomo, che un sogno torbido affatica, Aspira al niente.

L'ombra di morte e su da la marina Di Teti il pianto fuor de le ftie ville Seguìa tra i carri e l'armi la divina Forza d'Achille.

Ma ei pugnava i giorni, e, a la romita Notte citareggiando in su l'egea Riva, a Dite a le Muse ed a la vita Breve indulgea.

Pigri terror de l'evo medio, prole Negra de la barbarie e del mistero, Torme pallide, via! Si leva il sole, E canta Omero.

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