Forti sembianze di novella vita Circondar la tua cuna, O re del canto che più alto mira. Gentil virago ardita,
Quale non vider mai le argive sponde Né le latine, e d'amor balda e d'ira, A te venìa la bella Toscana libertade; e il pargoletto
Già magnanimo petto Ti confortava de la sua mammella. Tutta accesa ne' raggi di sua sfera, Mite insieme ed austera,
Venne la fede; e per un popoloso Di visioni e d'ombre oscuro lito La porta ti mostrò de l'infinito. Gemebondo e pensoso, e pur di rose
Ad altr'aura fiorite il crin splendente, Con te si stette amore Lunga stagione; e sí soavi cose Ti parlò con le labbra vereconde,
E sí dolce ti entrò le vie del core, Che niuno al par di te sentìo d'amore. Ma spesso ancor dal meditar solingo O giovinetto schivo,
Te scuotevan clamor fiero e tumulto E furor di fratelli Duellanti ad uccidersi. Stridenti Per le vicine mura
Civili fiamme udisti; e donne udisti Ferire a grida il ciel, che l'are e i letti E i fuochi almi e le cune, E tutto ciò che bello
Fe' a gli occhi loro il maritale ostello, Tutto scorgeano in ampio ardore involto E ruinare in armi esso marito Da gli amplessi erompendo, e i giovanetti
Armi gridar, sdegno anelando e stragi. E tu vedesti un furiar di spade Cercanti a morte i petti, E nel guerrier che cade
Minacciar viva la bestemmia e l'ira, E in gran sangue confuse Bionde teste e canute, e a libertade Spettacolo di umane ostie esecrate
Dar le furie, e crollar la morte Le immani torri e le ferrate porte. Crebbe tra i feri obietti L'italo ardito spirto;
E, al lungo odio civil pregando fine, D'amor sí pure imagini e sí nove Vide e ritrasse a l'ombra D'un mirto giovinetto
Che le inchina adorando ogni intelletto Lui dal soave inganno Destò voce di pianto Sonando amara su 'l materno fiume.
Ahi, dal turbine infranto Giacque il bel mirto, e con aperte piume La colomba d'amore ahi se n'è gita Impetrando al suo volo aura più pura.
Ei per entro l'oscura Caligine de' secoli ondeggiante Rifuggì tra le antiche ombre famose, Ch'ebbe sé in odio e le presenti cose,
Ed uscì, nel crepuscolo, gigante. Ed ombra apparve ei stesso; ombra crucciosa, Che ad una ad una interroga le tombe Nel deserto, e le abbraccia ad una ad una;
Fin che dinanzi a lui tra le ruine Barbariche e la polve Fumò il vigor de le virtù latine, E tutto quel che una ruina involve
Ferì l'aura silente Di un grido alto e possente. Ne l'alta visione Divin surse il poeta; e disdegnando
La triste Italia e per mancar d'obietto Pargoleggiante il gran vigor natio, Te salutò in desio, Alma Italia novella,
Una d'armi di leggi e di favella. A riportar nel vero Imagine cotanta, egli la vita Che per lo mar de l'essere si volve
Cercò; d'entro la polve E dal suon del passato il bene e il male Trasse, vate fatale: e la sua voce Come voce di Dio da' sette colli
Tuonò su 'l mondo, e tutti a sé d'intorno I secoli evocò. Giudice e donno In lor suo sguardo mise; Ammirò e pianse, disdegnò e sorrise:
Poi li schierava ne l'eterno canto, Piacendo pure a sé di poter tanto. Ma questa umile aiuola Ove si piange e s'odia,
E questo eterno inganno, e questa vana Ombra ch'ha nome vita ed è sí bassa, T'era in dispetto. Poi che il sacro verso A tutto l'universo
Descrisse fondo, e il buon sofo gentile Te mise dentro a le secrete cose, Veder volesti come l'angel vede Colà dove non è di nebbia velo,
Amar volesti come s'ama in cielo. Su per le vie d'amore Quest'umil creatura Risospingendo innanzi al creatore,
Quetar volesti in quell'eterno vero Che il grande amor ti dette e il gran pensiero. Cesse Virgilio a tanto: E tu deserto e solo
Spirito uman, per entro il gran desio Sommerso vaneggiavi, e dubitando Tu disperavi: quando Su l'angeliche penne
Al tuo dolor sovvenne Quella ch'è amore e visione e luce Tra l'intelletto e 'l vero: Nomarla a me lingua mortal non lice;
Tu la dicesti, amando, Beatrice. Così di sfera in sfera, Tutto era melodia quello che udivi, Tutto quel che vedevi era una luce,
E tutti quanti erano amore i sensi, E lo spirto ed il verso un'armonia Simile a quella che là su s'indìa. Deh, qual parveti allora
Quest'umil patria e qual de le partite Città la lite (ahi come quella eterna Che sempre trista fa la valle inferna!), Quando novellamente
Di ciel disceso ne portavi il canto Supremo, e tutto avevi il nume in fronte, Come l'antico che scendea dal monte? Innanzi a te, splendente
Pur anche nel fulgor del regno santo, Balenò di vermiglia Luce il campo feral di Montaperto, E pe 'l tristo deserto
De le crete maligne Un fioco suon correa Come sospir di battaglier morenti; Cui lontan rispondea
Con un rumor di molto pianto umano Di Campaldino il maledetto piano. E tu dal mar toscano, Rea Meloria, sorgesti;
E la gloria dicesti De le nefande stragi, e da la nostra Rabbia infamati i sassi ermi al Tirreno, E 'l grande equoreo seno
Incestato di sangue, e tristo il bello Ligure lito di pisani esigli, E nati solo al fratricidio i figli.
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