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1835–1907

LVII

Giosue Carducci

Fuggendo Per la gran selva de la terra il nato De la donna ululò già co' leoni A la preda cruenta; indi, con vitto

Ferin la vita propagando, incerti Videsi intorno i figli; e lui rendente De la materia a le vicende eterne L'immane salma, per lo gran deserto

Dilaceraro i lupi. E tu, febea Lampade solitaria entro l'immenso Radiante, non gemere le vite Chine su l'opra del crescente pane,

Non danze d'imenei vedesti, e madri Veglianti a studio de la culla, e curvi De' pii parenti a' funerali i figli. Ma quindi per lo pian stridea la roggia

Alluvione de' vulcani, intorno Funereo lume coruscando; e sempre Caligavan le cime ardue tonanti; E l'oceàn muggiva; e in su l'azzurra

Alpe salian le nuvole fumanti Da l'oceàno: paurosamente Minacciavano al ciel roveri negre Di vastissima ombra quinci; e a l'ombra

Con lupi urlanti e fere altre la prole S'accogliea de gli umani. Al picciol uomo E de la fulva leonessa a i parti Uno era il nido: al fanciulletto atroce

Era sollazzo provocar li sdegni De' feri alunni, e le crescenti giube E l'unghie e l'armi de la bocca orrende Tentar con man pargoleggiante, e lieto

Via contendere a correre co' pardi. Ma de l'atro vulcan l'uomo e del fuoco, De l'instancabil fuoco, egli temea; E con rozzo stupor guatava il mare

Immenso. Anche fuggìa l'urlo de' venti Signoreggiante ne' boschi; e del tuono, Che pe' monti da l'aere ermo rimbomba, Chiuso ne le spelonche isbigottiva.

E al suon de la procella, e a l'esultante Per li templi de l'etra ira de' nembi, E al fulmine stridente, un tremor gelido Per l'ossa ime gli corse; e s'atterrava,

E gemea. Lieto del superbo sole Era, e pensoso il verno aere ammirava: Ma più seduto a lungo in verde zolla Si compiacea de le verginee stelle.

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