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1835–1907

LIX

Giosue Carducci

Su le cime de la Tenca Per le fate è un bel danzar. Un tappeto di smeraldo Sotto al cielo il monte par.

Nel mattin perlato e freddo De le stelle al muto albor Snelle vengono le fate Su moventi nubi d'òr.

Elle vengon con l'aurora Di Germania ivi a danzar. Treman l'ombre de gli abeti Nere e verdi al trapassar.

De la But che irrompe e scroscia Elle ridono al fragor, E in quel vortice d'argento Striscian via le chiome d'òr.

Freddo e nitido è il lavacro, Ed il sole anche non par. Su la vetta de la Tenca Incominciano a danzar.

Bianche in vesta, rossi i veli, I capelli nembi d'òr, Che abbandonano ridenti De gli zefiri a l'amor.

Poi con voce arguta e molle, Sì che d'arpe un suono par, Le sorelle de la Carnia Incominciano a chiamar.

Tra il profumo de gli abeti Ed il balsamo de i fior Da le valli ascende il coro Del mistero e de l'amor.

Su la rupe del Moscardo È uno spirito a penar: Sta con una clava immane La montagna a sfracellar.

Quando vengono le fate, Egli oblia l'aspro lavor; E sospeso il mazzapicchio Guarda e palpita d'amor.

Che le fate al travaglioso Mai sorridano, non par: Il selvaggio su la rupe Si contenta di guardar,

E tal volta un cappel verde Ei si mette per amor, E d'un bel mantello rosso Ei riveste il suo dolor.

Ahi, da tempo in su la Tenca Niuna fata non appar: Sol la But tra i verdi orrori S'ode argentea scrosciar,

E il dannato su 'l Moscardo Senza più tregua d'amor Notte e dì co 'l mazzapicchio Rompe il monte e il suo furor.

Ahi, le vaghe fantasie Dal mio spirito esulâr, E il torrente di memoria Odo funebre mugghiar:

Niun fantasima di luce Cala omai nel chiuso cuor, E lo rompe a falda a falda Il corruccio ed il dolor.

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