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1835–1907

LIX

Giosue Carducci

Tra le morti e l'alte Ruine de gli umani e lo sgomento Viaggiando la Parca, il ferreo carro Agitava la Forza; e lei reina

La Vittoria seguia con il compianto De la terra e del cielo. Al doloroso Genere allora sovvenian le Muse, Care tra tutte gl'immortali e pie

Divinità. Correvate la terra Imaginando e ricordando, e tempio V'era l'uman pensiero, o pellegrine; Quando voi nel sonante etra, ne l'ampio

De la luce splendor, ne la procella Che divina scoscende e i cori prostra, Prima Omero sentì. La mano ei porse A la cetra, e lo sguardo al mar di molte

Isole verdi popolato, al cielo Almo su la beata Eubea raggiante, E a voi tessali monti esercitati Dal piè de gl'immortali. Ardea, fremea,

Trasumanato, il giovinetto; e mille Di numi ombre e d'eroi nel faticato Petto surgeano a domandargli il canto. Ed ei pregò, la genitrice Terra

Molto adorando e il Cielo antico; e a' suoi Voti secondo te chiamò che in alto Hai sede e regni l'invernal Dodona, Giove pelasgo. E voi spesso invocando,

Voi già prodotti in più sereno giorno Eroi figli de' numi e di tiranni Domatori e di mostri, e quei che forti Furo e co' forti combatteano, venne

Del re Pelide al tumulo. E sedeva Inneggiando, e chiamava – O crollatore Terribile de l'asta, o d'immortali Cavalli agitator, móstrati al vate,

Uom nato de la diva. Un fatal canto, Ecco, io medito a te; che n'abbian gloria Ellade e Ftia regale e d'Eaco i figli, Incremento di Giove. E, deh m'assenta

Questo voto la Parca!, io ne la gloria Tua de gli elleni il bel nome disperso Raccoglierò poeta. Odo, la diva Odo: e di te la grave ira mi canta.

O re Pelide, al tuo poeta móstrati. – Disse: E l'udia l'eroe; che da le belle Isole fortunate, ove i concenti De' vati ascolta e quanto a' numi è caro

Chi a la patria versò l'anima grande, Venne; ed in sue divine armi lucente Isfolgorava deiforme. Un sole Eran armi e sembiante; e, come stella

Di Giove che in sereno aere declina, Pioveagli su le spalle ampie il cimiero Flutto di chiome equine. E Omero il vide Attonito; né più gli occhi d'Omero

Vider ne i campi d'Argo il dolce sole. Né se 'n pianse il poeta. Errò mendico (E avea ne gli occhi la stupenda forma) Il suol de i forti elleni; e le cittadi,

Opra di numi, ei non vedea; sí tutte Di lor sedi erompean le achee cittadi A l'incontro del vate. Un drappelletto Di garzoni e fanciulle (avevan bianco

Il vestimento e lauri in pugno avvolti De la mistica lana) intorno al vate Stringeasi con amor: – Vieni, o poeta, A i nostri numi; e i nostri avi ne canta –

E l'adducean per mano. Egli passava: Gli ondeggiavan di popolo le strade; E le madri accorreano, i pargoletti Protendendo al poeta. Orava a' numi

Ne l'entrar de le porte – O dii paterni E o dee che avete la cittade in cura, Deh guardatela molti anni a' nepoti. – Ne l'àgora sedea, curvo a la terra

Il capo venerando; e parea Giove Quando ne l'areòpago discende Da la reggia d'olimpo. Erangli intorno In su l'aste di lunga ombra appoggiati

I prenci figli de gli eroi: diverso E d'infanti e di femmine e di vegli E di chiomati giovinetti un vulgo Addensato co' gli omeri attendea.

Stavan presenti i patrii numi: il cielo Patrio rideva in suo diffuso lume Allegrato del sol: riscintillando In vista ardea la ionia onda famosa,

E biancheggiavan lunge i traci monti. Ed Omero cantò. Cantò di un nume Che in nube argentea chiuso ognora il petto Assecura de' giusti; e come il divo

Senno di Palla per cotanto mare Di perigli e di morte al caro amplesso Radducea di Penelope e a la vista De la sua cilestrina isola Ulisse.

Anche, su 'l capo a gli empi assidua l'ira Minacciando ed il fato, a l'alme leggi De l'umano consorzio e a la vendetta Le deità d'averno addusse il vate

Proteggitrici forze: onde solenne La ruina di Troia, e spirò il duolo Dal tragico terrore e il miserando Edippo da le attee scene ed Oreste

Esagitaron l'anime cruente. Ecco! gli immoti e spenti occhi levando Nel cielo e desiando il sol che vide Le guerre sotto il sacro Ilio pugnate,

Di tutto il capo alzasi il veglio; e Grecia, Senza moto e respiro, in lui riguarda. Ecco! la man su l'apollinea cetera Rapidissima batte, orride stridono

Le ionie corde, i volti impallidiscono. E cantò del Tidide a tutta corsa Disfrenante su' Dardani la biga, Dritto ei nel mezzo, e mena l'asta in volta:

Caggiono i corpi: infuriano nel sangue I corridor fumanti: urla la morte Dietro l'eroe: corron le furie innanzi Lo spavento, la fuga. E te piantato

In su la nave, o re Telamonìde, Cantò; come e del gran corpo e de l'asta Grande e ben ventidue cubiti lunga Reggei lo sforzo de la pugna, ed eri

Solo tu contro mille: a fronte urlavano, Accorrenti, irrompenti, risplendenti D'armi e di faci i Teucri: Ettor crollava Con man la poppa: sovra èrati Apollo

E l'egida scotea: tonava il padre Da l'olimpo su' greci: affaticato A te cadeva il braccio, e ti battea Alto anelito i fianchi. – Oh viva, oh viva! –

Gridan l'anime achive asta con asta Percotendo, e il clamor levan di guerra. Balza il poeta; e la canizie santa Scote e la fronte ampia serena, in vista

Nume veracemente. – Udite, o figli: La gloria udite de la lega ellena, Achille ftio sangue di Giove. – E disse Come d'un grido (gli splendea dal capo

Di Pallade la luce) isbigottì Le dardane caterve; impauriti Ricalcitraro orribili i cavalli, Ed annitrendo sbaragliati i cocchi

Rapivano a le mura: e qual con Csanto Fiume di Giove ei contrastasse; e come Dopo la biga, a le difese mura Intorno, egli il divin corpo di Ettorre

Tre volte orribilmente istrascicasse Entro l'iliaca polve. Armi fremendo E prenci e vulgo gridano il peàna: Marte spiran gli sguardi: e tutti in cuore

Già calcavan nemici, e a le paterne Are affiggean le belle armi votate. Ma pio davan le argee vergini un pianto Su la morte di Ettorre: e chi a la cara

Patria e a le spose e a' pargoletti imbelli E a' templi santi il suo sangue fea sacro, Gioia avea de la morte: onde nel giorno De le battaglie infuriò tra' Medi

La virtù greca, e il nome Atene e l'ire Commise del potente Eschilo al canto.

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